MVB La Portoghese Di Marco Travaglio

MVB La Portoghese Di Marco Travaglio Da Il Fatto Quotidiano Avete presente la Brambilla? Ma sì, l’ex commerciante di mangimi per pesci divenuta ministro del Turismo. Quella delle consulenze agli amichetti suoi, col fidanzato ai vertici dell’Aci. Ecco, quella lì. Tenetevi forte: ha fatto causa al nostro giornale. Si accontenta di poco: un milione e mezzo. L’aspetto più avvincente della faccenda è che si fa difendere da un’istituzione pubblica, l’Avvocatura dello Stato, fingendo che il Fatto abbia attaccato il suo ministero e non lei. Così accolla le parcelle della sua difesa ai contribuenti. Lo fece già B. quando Piero Ricca gli diede del buffone, poi Ricca fu assolto e il conto delle spese legali lo pagammo noi.L’Avvocatura fu costretta a difendere dinanzi alla Corte europea di Lussemburgo gli abusi del governo controEuropa7, cui lo Stato negava le frequenze per non toglierle a Rete4: quella volta, già che c’era, copiò intere pagine della memoria difensiva della parte privataMediaset. Non si contano poi le volte in cui gli avvocati dello Stato han dovuto coprirsi di ridicolo davanti alla Consulta per difendere questa o quella legge ad personam, dunque incostituzionale. L’ultima fu per il lodo Alfano, che l’avvocato pubblico raccomandò di avallare perché sennò B. sarebbe tornato sotto processo e avrebbe dovuto dimettersi. Roba che nemmeno Ghedini e Pecorellaavevano mai osato sostenere. La Consulta bocciò il lodo e non smise più di ridere. Usa a obbedir tacendo, anzi straparlando, ora l’Avvocatura dello Stato ci notifica un esilarante atto di citazione di 36 pagine firmato dall’avvocato Massimo Salvatorelli e dal viceavvocato generale Massimo Mari con una richiesta di danni che, se accolta, farebbe chiudere il Fatto. Motivo: la presunta “campagna di stampa” che avrebbe “gettato discredito in modo del tutto generico e immotivato sulla valenza e la concreta utilità e operatività” del ministero del Turismo. Poche righe più avanti, i due legali aggiungono che il Fatto “attribuisce al ministro una serie di fatti specifici”. Se ne deduce che l’avvocato Salvatorelli ha scritto le righe pari e il viceavvocato Mari quelle dispari, visto che riescono ad accusarci contemporaneamente di essere generici e specifici. Ma il bello è che nessuno dei fatti raccontati viene smentito. È vero che MVB ha ingaggiato al ministero come consulenti un bel numero di suo amici ed ex collaboratori nella sua Tv delle Libertà (ovviamente fallita) e dai suoi Circoli delle Libertà (di cui s’è persa traccia). Ma lo fece – assicura l’Avvocatura – un po’ con procedure “paraconcorsuali” un po’ in base al suo “intuitus personae”: un fiuto da rabdomante. Il nostro delitto è stato scrivere che li ha “imbarcati” in “posti pubblici” (espressioni che denotano una pericolosa quanto “efficace arma dell’ironia”) e soprattutto mettere le virgolette all’aggettivo “esperti”, ingenerando nel lettore il dubbio che non fossero poi tanto esperti. Insomma, con questa “accattivante prospettazione” e con “argomentazioni capziose e suggestive” avremmo “insinuato” un “distorto uso della cosa pubblica a fini privati”. E qui avvocato e viceavvocato dello Stato hanno proprio colto nel segno. Solo che noi non abbiamo insinuato tutto ciò: l’abbiamo proprio affermato. Noi siamo convinti, alla luce dei fatti denunciati, che la signorina Brambilla non sia adatta a fare il ministro e che i suoi consulenti servano a poco o a nulla. Questo però non è un delitto: si chiama diritto di cronaca e di critica, sancito dalla Costituzione. Le nostre inchieste infatti non miravano a “ledere l’immagine del ministero” né tantomeno “della presidenza del Consiglio” (già sufficientemente lesi da MVB e da B.), ma anzi a tutelare quelle istituzioni dai loro attuali occupanti. Ringraziamo comunque la ministra per aver confermato, con questa causa, la nostra convinzione: infatti, per difendersi dall’accusa di fare un uso privato della cosa pubblica, si serve di un’istituzione pubblica per una sua lite privata. A carico nostro. Del resto l’Avvocatura dello Stato ha sede a Roma in via dei Portoghesi. Quando la toponomastica diventa vocazione.

E Tassare I Ladri? Di Marco Travaglio

E Tassare I Ladri? Di Marco Travaglio Da Il Fatto Quotidiano Sulla proposta Idv-Pd, che riprendeva quella del Fatto per ritassare seriamente i capitali scudati due anni fa al 5% va in scena il solito copione: qualche peone del Pdl si dice possibilista, poi B. propone un altro scudo fiscale, poi ritira l’idea, così tutti respirano per lo scampato pericolo e dimenticano il resto. Morta lì, come se l’opposizione non avesse null’altro da proporre in alternativa alla rapina di governo. Alcune ricette sacrosante le conosciamo, ma sono al momento pure chimere per mancanza di una maggioranza che le approvi: abolire tutte le province; ripristinare l’Ici (unica imposta federale) e la tassa di successione (imposta liberale quant’altre mai, che spezza la rendita e rimette in circolo i capitali); allungare l’età pensionabile secondo gli standard europei; disboscare la Casta col machete. Molto più utile sarebbe sfidare Pdl e Lega dinanzi ai loro elettori inferociti con alcune proposte a costo zero, che porterebbero nelle casse dello Stato decine di miliardi senza sfiorare le tasche degli onesti, ma saccheggiando quelle dei ladri. Il punto di partenza sono i dati raccolti da Nunzia Penelope in Soldi rubati (Ponte alle Grazie) sui 400 miliardi di “tassa occulta” che ogni anno paghiamo per colpa di varie categorie di ladri: 120 se ne vanno in evasione fiscale, 60-70 in corruzione, 52 in lavoro nero (l’evasione contributiva coinvolge almeno 3 milioni di lavoratori sommersi), 43 in infortuni sul lavoro, 18 in merci contraffatte, 5 in crac finanziari, 20 in abusi edilizi, 135 nel “fatturato” delle mafie che però sventuratamente non fatturano; infine le truffe all’Ue che ingoiano il 40% dei contributi per le zone depresse. Basterebbe ridurre queste voci del 10% e avremmo ogni anno 40 miliardi in più. Pareggio di bilancio assicurato a spese dei ladri, anziché degli onesti. Qualche idea, in ordine sparso.
1) La corruzione si combatte, oltreché riformando la Pubblica amministrazione e ritirando la mano pubblica dall’economia, con la repressione. Il 1° marzo 2010, in pieno scandalo Cricca, il Consiglio dei ministri licenziò un ddl anticorruzione-brodino che poi si perse nei meandri del Senato. Perché non fare una battaglia per riesumarlo ed emendarlo con la proposta organica lanciata dal Fatto un anno fa e sposata da Pd, Idv, Fli e Sel? Si tratta di recepire la Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione, sottoscritta a Strasburgo nel ‘99 e mai ratificata dall’Italia, allo scopo di: accorpare corruzione e concussione in un unico reato che vieta al pubblico ufficiale e all’incaricato di pubblico servizio di prender soldi da chicchessia; introdurre nuovi reati puniti in tutto il resto dell’Occidente: autoriciclaggio, corruzione fra privati e traffico di influenze illecite.
2) Ripristinare il reato di falso in bilancio sciaguratamente abolito, di fatto, dal secondo governo Berlusconi nel 2002.
3) Riformare la prescrizione, arrestandola al momento della richiesta di rinvio a giudizio e cancellando la legge ex Cirielli (oggi la corruzione si prescrive 7 anni e mezzo dopo che è stata commessa, mentre prima scattava dopo 15).
4) Rilanciare le proposte della commissione Mastella del 2006 (comprendeva i magistrati Davigo, Greco, Ielo) per una Giustizia che si autofinanzi recuperando il maltolto della criminalità economica e fissando una cauzione sulle impugnazioni.
5) Riformare i reati fiscali all’americana: triplicando le pene, ora talmente irrisorie (3 anni per la dichiarazione infedele e 6 per la frode) da garantire all’evasore che non farà un giorno di galera e si terrà il bottino; e abolendo le soglie di non punibilità introdotte dall’Ulivo, che consentono di evadere ogni anno fino a 50mila euro (frode) e 100mila (dichiarazione infedele) senza finire in tribunale. Lo slogan berlusconiano contro il “mettere le mani nelle tasche degli italiani” si sta rivelando per quello che era: una truffa. Si attende qualcuno che se ne intesti un altro, più etico e realistico ma altrettanto popolare: “mettere le mani nelle tasche e le manette ai polsi dei ladri”.

Pota Contro Pato Di Marco Travaglio

Pota Contro Pato Di Marco Travaglio Da Il Fatto Quotidiano Ma sì, in fondo che sarà mai. La Borsa di Milano perde un altro 6%, consolidandosi all’ultimo posto in Europa, ma solo perché Africa e Asia non sono pervenute. La Fiat di quel genio di Marchionne che piace a destra ma pure a sinistra (“un vero socialdemocratico”, lo benedisse Fassino) chiude a -11,8 per questioni di dettaglio: la gente non compra le sue auto nemmeno a spararle. Tonica ancheFondiaria-Sai di quell’altro gigante di Ligresti (-4,7). Quando si dice la classe dirigente. La famosa manovra-bis da 20 miliardi o giù di lì che doveva rassicurare l’Europa e i mercati, mettendo in fuga gli speculatori cattivi, è evaporata nel breve spazio di cinque giorni: la rapina ai fessi che pagano le tasse non piace al rapinatore per motivi elettorali (pare che lo voti anche qualche contribuente onesto), la rapina agli statali non piace agli statali, i tagli agli enti locali non piacciono alla Lega (che controlla molti enti locali), Tremonti è talmente suonato che non riesce neppure a spostare due o tre festività. I Responsabili, o come diavolo si chiamano, si fanno vivi dalle località belneari proponendo “emendamenti al decreto”: e certo la notizia che si muove anche Scilipoti deve aver ulteriormente elettrizzato i mercati. Rimane la liberalizzazione di alcuni canili municipali, se ce la fanno. Si era pensato tassare un pochino i ladroni scudati, ma qualcuno al governo s’è sentito chiamato in causa e non se n’è fatto nulla. Alla parola “scudo” il Cainano ha avuto un sussulto e, ridestatosi improvvisamente come ai bei tempi quando arrivava la Carfagna, ci ha preso gusto e ha proposto di farne un altro. Ma gli è andata buca pure quella: e se non riesce più nemmeno a fare la cosa che gli veniva meglio – i condoni – la situazione dev’essere seria. In compenso il premier si consola con una bitumatura parietale nuova di zecca: come ogni estate, s’è rifatto il manto stradale. Senza badare a spese: gli asfaltatori ci hanno dato giù pesante sul capino del Capo, ora mancano solo le striscioline pedonali per Brunetta. Bossi intanto non esce più di casa. L’altroieri ha dovuto annullare il comizio a Calalzo: non tanto perché la metà del pubblico non ci avrebbe capito niente, quanto perché l’altra metà avrebbe capito tutto. Insomma, rischiavano di materializzarsi i famosi “trecentomila padani pronti alle armi”, ma per sforacchiargli i pantaloni. Ieri poi è apparso in Cadore per alcuni secondi: l’hanno osteso brevemente come la Sindone, in canotta di ordinanza, poi l’hanno prontamente ritirato, prima che ridesse del nano a Brunetta e rimostrasse il manico alla “Boniver bonazza”, che ora siede al governo insieme con lui. Subito sul luogo del disastro sono accorsi alcuni pensionati della bocciofila, tra i quali Calderoli in salopette tirolese e Tremonti in maniche di camicia, che ieri compiva gli anni: 64 prima della chiusura dei mercati, 84 dopo. Era prevista anche una cena di compleanno, ma è stata annullata perché alcuni elettori padani avevano scoperto il ristorante. L’astuto Calderoli, in arte Pota, ha frattanto individuato il buco nero che inghiotte le migliori risorse del Paese: gli stipendi dei calciatori. Sono loro, insieme agli speculatori, a cospirare contro la nostra sanissima economia: bisognerà tosarli come meritano. Chissà che ne pensa Pato, fidanzato di Barbara B. Ecco: un duello rusticano Pota-Pato è proprio quel che ci vuole per rassicurare i mercati. Peccato che rischi di incrinare i già fragili equilibri nella Real Casa di Arcore. Manca ancora che il pover’ometto, nel fuggifuggi generale, venga scaricato pure dalla prole. L’ex ministro Martino, all’alba del 18° anno, ha finalmente scoperto che B. non è liberale (“Con Frattini, Brunetta, Tremonti, Sacconi, altro che partito liberale di massa: questo è il partito socialista di Carrara…”). Pure Ostellino è colto dai primi, timidi dubbi sul liberalismo di B., mollato persino da Belpietro, il che è tutto dire. Resistono Sallusti e Fede, che finiranno come i gatti: a leccarsi il culo da soli.