Berlusconi Putin E La Vera Storia Del Gas Di Mosca

I DOCUMENTI DI WIKILEAKS Berlusconi, Putin e quel biglietto la vera storia del gas di Mosca Chi è Valentino Valentini: nelle rivelazioni del sito di Assange sarebbe lui l’uomo ombra indicato dall’ambasciatore Spogli come internediario d’afferi del presidente del Consiglio in Russia. Le altre figure dei “fedelissimi” del premier e il loro ruolo nel grande affare da Roma GIUSEPPE D’AVANZO da Milano ANDREA GRECO da New York FEDERICO RAMPINI continua su Repubblica clicca leggi

Annunci

2 thoughts on “Berlusconi Putin E La Vera Storia Del Gas Di Mosca

  1. Ecco l’analisi del Dipartimento di Stato sull’affare gas: la relazione personale del premier russo con quello italiano è funzionale a inoculare corruzione negli altri paesi e rendere il continente vulnerabile al ricatto energetico russo da Roma GIUSEPPE D’AVANZO, da Milano ANDREA GRECO, da New York FEDERICO RAMPINI DA Repubblica
    “LE risorse energetiche sono il piedistallo del potere da cui Vladimir Putin punta a condizionare la politica europea. La relazione personale con Silvio Berlusconi è funzionale a questo: inoculare corruzione negli altri paesi, dividere l’Europa, renderla vulnerabile al ricatto energetico della Russia. Il semi-monopolista del gas russo Gazprom fa tutt’uno con Putin, nulla è trasparente in quella sfera, la corruzione è endemica”. L’accusa dell’alto funzionario e massimo esperto del Dipartimento di Stato per “Eurasia e questioni energetiche”, Jeffrey Mankoff, rende manifesta la gravità del rapporto tra i due premier italiano e russo.

    “Rapporto personale”. Così lo definisce il dispaccio da Roma dell’ex ambasciatore repubblicano Ronald Spogli, il 12 agosto 2008, reso pubblico da WikiLeaks. In un crescendo di allarme, Spogli segnala alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato l’ipotesi che fra i due vi siano “rapporti di guadagno personale” (novembre 2008). Infine in una lunga relazione del 26 gennaio 2009, l’ambasciatore evoca “una torbida connection”; chiama in causa l’intermediario d’affari Valentino Valentini; descrive il presidente del Consiglio come “il portavoce di Putin”.
    Sostiene Mankoff: “Poiché i libri contabili di Gazprom non sono di dominio pubblico, la società è in grado di fare affluire pagamenti ai politici nei paesi “a valle”, perché assecondino i piani della Russia. I progetti dei gasdotti, con miliardi di dollari di investimenti, sono il meccanismo privilegiato per una corruzione su vasta scala”. E’ la chiave delle ripetute pressioni di Hillary Clinton sulle due ambasciate americane a Roma e Mosca (l’ultima il 28 gennaio 2010). Il segretario di Stato chiede di indagare su “quali investimenti personali” uniscano Berlusconi a Putin.

    Sono quattro le ragioni che lo impongono: 1. Il ruolo dell’Eni ridotto a strumento. 2. I dubbi sull’investimento anti-economico nel gasdotto South Stream. 3. La vicenda del “portage finanziario” italiano sulla Yukos. 4. Lo sconcertante allineamento filo-russo di Berlusconi sulla guerra in Georgia. Ecco gli elementi che accrescono l’inquietudine americana. La Clinton è convinta che “sia in gioco un interesse strategico e vitale degli Stati Uniti, la sicurezza dell’Europa occidentale”. Washington avverte il rischio che un alleato storico della Nato come l’Italia sia scivolato su una china pericolosa. Non siamo più alla fisiologica divergenza di stagioni passate della politica estera italiana. E’ una distinzione fondamentale e il Dipartimento di Stato vuole che sia percepita e compresa. Dall’Eni di Enrico Mattei alla Fiat di Valletta (Togliattigrad), per finire con Giulio Andreotti alla Farnesina, gli americani ricordano che l’Italia ha sempre avuto spazi di autonomia nelle sue iniziative verso la Russia o il mondo arabo. Tutto comprensibile alla luce della nostra posizione geografica, e per i condizionamenti politici interni come l’esistenza del più forte partito comunista dell’Europa occidentale (lo ricorda anche l’ambasciatore Spogli nei suoi rapporti). Era un gioco che non spaventava l’America perché si poteva interpretare – e quindi governare – con i criteri della geopolitica e della geoeconomia. Oggi il quadro è diverso.

    I sospetti che la relazione speciale Berlusconi-Putin abbia una dimensione extrapolitica, guidata dal “guadagno personale che fa premio”, affiorano due anni fa. L’ambasciata di Via Veneto vi accende un faro. Il fatto che il presidente del Consiglio di un paese della Nato possa essersi fatto strumento del premier russo s’inserisce nello scenario disegnato da Mankoff di un “rischioso ritorno di Putin alla presidenza nel 2012”, alla testa di un blocco di potere dominato da “esercito e servizi segreti anti-occidentali”, sullo sfondo di una Russia che le informative dall’ambasciata Usa di Mosca descrivono come una “nazione mafiosa”.

    “Eurasian Energy Security”, è il rapporto cruciale dove il Dipartimento di Stato suggerisce di cercare tutte le ragioni dell’allarme attorno al caso Berlusconi-Putin. Considerato come la Bibbia della strategia americana sui rapporti energetici tra la Russia e l’Europa, quel dossier è firmato da Jeffrey Mankoff per il Council of Foreign Relations, il think tank bipartisan che ha spesso ispirato la politica estera di amministrazioni repubblicane e democratiche. Mankoff lo mette a punto nel 2009 come Associate Director of International Security Studies all’università di Yale. In seguito torna a lavorare per il Dipartimento di Stato, con Hillary Clinton. Oggi si occupa proprio delle relazioni Europa-Russia.

    L’analisi di Mankoff muove dal ruolo di Gazprom, “un’impresa che a tratti s’identifica con lo stesso governo russo, funzionale al disegno di Putin di gestire i rapporti con l’Europa giocando un paese contro l’altro”. E’ la strategia che Putin ha costruito pazientemente negli otto anni della sua presidenza, dal 2000 al 2008: “Il gas è diventato centrale come strumento di potere”. Una strategia di cui l’Italia è un tassello decisivo perché “con la Germania rappresenta quasi la metà di tutte le importazioni di gas russo nell’Europa occidentale”. Insieme, questi due paesi generano “il 40% dei profitti totali di Gazprom”. Un colosso che, per la sua natura, si sottrae a “sistemi di regole trasparenti, controllo giudiziario e delle authority di vigilanza” dell’Unione europea.

    Visto dall’America il pericolo è questo: “Per l’Europa la crescente dipendenza energetica da un singolo gruppo che coincide con un governo straniero solleva dei problemi di sicurezza, trasparenza, potenziale manipolazione politica”. Chi, come l’Italia, finisce in una “intima relazione politica con Mosca rischia di assecondare i disegni di questa, a scapito dell’unità fra europei”. Il sospetto che l’Eni sia stato trasformato in uno strumento nel rapporto tra Berlusconi e Putin, è legato ad alcuni passaggi decisivi nella “blindatura” del potere energetico in Russia. Mankoff ricorda come “durante il suo secondo mandato presidenziale, Putin ha accelerato in modo drammatico la concentrazione del business di petrolio e gas dentro i campioni nazionali Gazprom e Rosneft. Le imprese che appartenevano agli oligarchi privati, come la Yukos di Mikhail Khodorkovsky, sono state fagocitate”. La stessa Yukos che fu oggetto di un portage finanziario da parte dell’Eni e dell’Enel. Pochi gruppi occidentali sono ammessi in questo gioco, osservano al Dipartimento di Stato, dove ricordano l’espulsione di Bp e Shell costrette a uscire dai loro maggiori investimenti energetici in Russia durante la presidenza Putin. Vedremo presto il ruolo che Berlusconi decide di assumere in questa spoliazione.

    Una volta concentrato il suo impero energetico, dove politica e affari coincidono e solo gli stranieri docili sono ammessi, Putin passa alla seconda fase della strategia. “Si tratta – spiega Mankoff – di impedire l’accesso diretto dell’Europa alle risorse energetiche del Caspio, suddivise perlopiù tra Azerbaijan, Kazakistan, Turkmenistan. Riservare alla Russia il controllo sui corridoi di transito verso il Caspio, accentua una dipendenza dell’Europa. Questo ha conseguenze strategiche sulle relazioni atlantiche, espone i nostri alleati europei all’influenza di Mosca”.

    Ancora una volta questa strategia è affidata a “un piccolo gruppo di colossi di Stato come Gazprom, sprovvisti di ogni trasparenza”. Ecco il nodo che interessa la Casa Bianca e la Clinton. Ecco la ragione per cui si vuole veder chiaro nei rapporti Eni-Gazprom, come sono andati evolvendosi sotto i governi Berlusconi. Ecco la leva degli interrogativi sulla proliferazione di società di intermediazione, senza una vera razionalità economica, possibili paraventi per l’erogazione di tangenti. E’ il passaggio che inquieta nell’analisi di Mankoff capace di alzare il livello di diffidenza del Dipartimento di Stato: “La corruzione sistemica nel settore energetico russo inocula corruzione nella politica europea”.

    Legittima la domanda: chi ha ceduto a queste lusinghe, in quali modi? A Washington ricordano il caso dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, cooptato come presidente del consiglio d’amministrazione del consorzio Nord Stream: il sistema di gasdotti voluto da Mosca, gemello settentrionale del progetto South Stream. Per quest’ultimo, Romano Prodi ha di recente rifiutato un’offerta analoga che gli era stata rivolta dai russi. Il Dipartimento di Stato ribadisce l’accusa principale rivolta dagli Stati Uniti: “Nord Stream e South Stream sono funzionali a rafforzare l’influenza della Russia in Europa. La nostra paura è rafforzata dagli indizi di corruzione che partono dal Cremlino”. South Stream è in diretta concorrenza con il progetto Nabucco: solo quest’ultimo consentirebbe di aggirare la Russia. Se la scelta fosse affidata a criteri puramente economici, sarebbe semplice: “South Stream costa fino al doppio, rispetto a Nabucco”, osserva Mankoff. E allora perché il coinvolgimento dell’Eni in un progetto anti-economico, si chiedono gli americani? Visti da Washington, i conti non tornano. E non tornano, come vedremo, anche per Eni.

    Un colpo duro all’affidabilità del Nabucco viene dato nell’estate del 2008 dalla guerra tra Russia e Georgia: quel gasdotto per operare ha bisogno di stabilità in Georgia ed altre repubbliche ex-sovietiche. Perciò un punto di svolta nell’attenzione del Dipartimento di Stato verso Berlusconi coincide proprio con la guerra del 2008, e la posizione filo-russa presa dal premier italiano in divergenza con gli altri governi della Nato. E’ il 15 novembre 2008. L’ambasciata di Via Veneto segnala a Washington una nuova soglia nel livello di agitazione degli americani. Bisogna dire di un antefatto: tre giorni prima il premier italiano ha dato spettacolo a una conferenza stampa in Turchia. “Ha accusato gli Stati Uniti di avere provocato la Russia con il riconoscimento del Kosovo, lo scudo anti-missili, l’invito a Ucraina e Georgia ad avvicinarsi alla Nato”. Il dispaccio al Dipartimento di Stato indica che siamo “al culmine di un’escalation di commenti incendiari e dannosi a favore della Russia da quando Berlusconi è tornato al governo”. L’ambasciata descrive Gianni Letta e Franco Frattini “sgomenti”, i fedelissimi del premier confidano alla diplomazia americana: “Non ci ascolta, sulla Russia fa da solo”.

    Il rapporto segreto raccoglie per la prima volta il sospetto che “Berlusconi e i suoi accoliti abbiano rapporti di guadagno personale con l’interlocutore russo”. E’ a questo punto che i sospetti sulla “torbida relazione” diventano un problema strategico di primaria importanza per Washington. La criticità della guerra in Georgia dovrebbe aumentare la compattezza degli europei e rendere evidenti i rischi connessi a un’eccessiva dipendenza energetica da Mosca. Al contrario, l’Italia si smarca. Rompe la solidarietà atlantica. Si avvicina alla Russia. Siamo a una svolta. Il primo effetto è l’imperativo di saperne di più su quei sospetti di “investimenti personali tra Berlusconi e Putin”, che possono diventare il motore delle scelte della politica estera italiana. Il pericolo lo abbiamo sotto gli occhi: l’Italia può trasformarsi in una pedina del grande gioco di Putin; il grimaldello per dividere o tenere divisa l’Unione europea, per avvantaggiarsi della debolezza dei singoli partner nei rapporti bilaterali. Osserva Mankoff: “La dipendenza dal semi-monopolio russo nel gas può mettere i singoli governi europei in una posizione in cui diventa impossibile resistere alle richieste politiche di Mosca”. “La Russia – è la linea del Dipartimento di Stato – va integrata in un quadro trasparente di sicurezza energetica. Con regole certe, che limitino la possibilità di estrarre vantaggi politici unilaterali”. E’ l’opzione a cui fanno ostacolo le reti di interessi invisibili, oscuri intermediari, società-ombra, e gli “investimenti personali” su cui la Clinton si ostina a volere fa luce. E’ quello di cui ora ci si deve occupare.

    (2, continua) http://www.repubblica.it/esteri/2010/12/09/news/berlusconi-putin_condanna_usa_si_esporta_corruzione_in_europa-9986509/?ref=HRER1-1

    Mi piace

  2. I DOCUMENTI DI WIKILEAKS
    Berlusconi, Putin e quel biglietto
    la vera storia del gas di Mosca
    Chi è Valentino Valentini: nelle rivelazioni del sito di Assange sarebbe lui l’uomo ombra indicato dall’ambasciatore Spogli come internediario d’afferi del presidente del Consiglio in Russia. Le altre figure dei “fedelissimi” del premier e il loro ruolo nel grande affare
    da Roma GIUSEPPE D’AVANZO
    da Milano ANDREA GRECO
    da New York FEDERICO RAMPINI

    Berlusconi, Putin e quel biglietto la vera storia del gas di Mosca Silvio Berlusconi e Vladimir Putin
    “VALENTINO Valentini, fino a qualche anno fa, non parlava il russo: diciamo che lo balbettava…”, ricorda chi glielo ha sentito parlare a Villa Abamelek, la residenza dell’ambasciata russa a Roma. “Era il russo di un bambino ai primi anni della scuola elementare”. Eppure, nelle rivelazioni di WikiLeaks, sarebbe lui la shadowy figure, l’uomo ombra indicato dall’ambasciatore Spogli come intermediario d’affari di Silvio Berlusconi in Russia. Allevato da Publitalia, assistente del Cavaliere al parlamento europeo, deputato dal 2001, oggi segretario particolare del premier, Valentini si autodefinisce “consigliere speciale per le relazioni estere e tutor delle imprese italiane in Russia”. Ci hanno detto, appunto: “Per la conoscenza di quella lingua”. Che però – almeno fino al 2005 – non conosce.

    Infatti, a palazzo Chigi ha lavorato in pianta stabile (in attesa che le performance di Valentini migliorassero) un interprete, l’armeno Ivan Melkumian, sempre presente negli incontri pubblici e privati del Cavaliere. C’è un primo arcano da sbrogliare, allora: perché, con una noiosa cerimonia a Villa Abamelek, Valentini è stato insignito proprio nel 2005 del prestigiosissimo ordine di Lomonosov con motivazioni che non sono mai state rese note? Quali sono i meriti che egli ha raccolto per la Russia di Putin? La domanda è intrigante anche perché è difficile trovare un capitano d’impresa attivo in Russia che abbia incontrato per motivi concretamente professionali Valentini o abbia soltanto avuto
    eco delle sue attività a vantaggio delle imprese italiane. Alcuni italiani a Mosca – per dimostrare l’assoluta estraneità del segretario particolare del premier agli interessi della comunità italiana – raccontano come si svolgono le sue visite nella città degli zar. “Valentini sbarca in uno degli aeroporti di Mosca. Lo attende un’auto messa a disposizione da Antonio Fallico. E’ il presidente di Zao Banca Intesa (sussidiaria del gruppo Intesa San Paolo) e cugino di Marcello Dell’Utri o almeno così va dicendo da decenni. Valentini raggiunge l’albergo – il Metropol di fronte al Bolshoi in Teatralny Proiezd – o, in alternativa, direttamente il Cremlino da dove riemerge qualche ora o qualche giorno dopo per ripartire verso l’Italia. Nessuno lo vede. Nessuno lo incontra. Nessuno sa che cosa sia venuto a fare”. Tra quanti non lo sanno, ci sono anche gli americani. L’ambasciatore a Roma, Ronald Spogli, il 26 gennaio 2009, si chiede chi fosse davvero “l’uomo chiave di Berlusconi in Russia, che viaggia senza staff né segreteria diverse volte al mese. Non è chiaro cosa vada a fare a Mosca, ma ci sono pesanti indiscrezioni sul fatto che presidi gli interessi di Berlusconi in Russia”. Bisogna dunque seguire il filo dei soggiorni moscoviti di Valentini per saperne di più. E’ utile perché s’incontra un altro personaggio chiave degli imperscrutabili rapporti tra l’Italia di Berlusconi e la Russia di Putin: Antonio Fallico, una volta comunista, dal 1974 a Mosca dove lo chiamano “il professore” (titolo non usurpato, ha insegnato Letteratura barocca all’Università di Verona), anch’egli onorato il 21 aprile del 2008 da Putin con l'”Ordine dell’Amicizia dei Popoli”, la più alta decorazione statale russa riservata ai cittadini stranieri.

    Fallico può essere raccontato in modo speculare a Valentini. Se Valentini è l’uomo di Berlusconi a Mosca, Fallico è l’uomo di Putin in Italia. Cura gli interessi economici della Russia e quindi soprattutto gli affari energetici che rappresentano il 70% delle esportazioni verso l’Italia. La Zao Banca Intesa, che presiede, ha il mandato di advisory della Gazprom, il colosso energetico controllato direttamente dallo Stato, per tutta l’attività italiana, dalla vendita di gas al progetto di metanodotto South Stream. “Il professore” ha rapporti diretti con il Cremlino, con il premierato di Putin, con la presidenza di Dmitri Medvedev. E’ console onorario della Russia a Verona (gli è stata concessa anche la possibilità di rilasciare visti). A Verona ha voluto che fosse inaugurata presto la sede della rappresentanza italiana della Gazprom. E’ l’italiano più potente di Mosca.

    Se si riuscisse a rendere trasparenti – di Fallico – le attività e – di Valentini – le missioni al Cremlino si potrebbe comprendere presto quanto siano legittimi o scorretti i sospetti di Hillary Clinton sulla natura affaristica delle convergenze politiche tra Berlusconi e Putin. Non è l’unico enigma di questa storia, protetta quasi in ogni angolo e increspatura dal segreto. Segreto di Stato sono in Russia gli affari energetici (per chi sgarra c’è la pena di morte). Misteriosi sono gli effettivi proprietari della Centrex Group, società che vende in Europa occidentale il gas russo, la cui catena azionaria finisce in una palazzina di tre piani al 199 di via Arcivescovo Makarios III a Limassol, Cipro, senza una targa né una buca delle lettere. Commercial secret è il prezzo del metano che Eni corrisponde a Gazprom. Segreti i documenti dei giacimenti di Karachaganakh e Kashagan che Eni si rifiuta di esibire anche quando è chiamata a risponderne in tribunale. Impenetrabile è il segreto che protegge gli incontri di Berlusconi e Putin lungo il lago tra le colline di Valdai in Novgorod Oblast o a Punta Lada a Porto Rotondo, in Sardegna.

    Se si vuole quindi verificare quanto “le scelte economiche e politiche dei due premier siano il frutto di comuni investimenti personali”, come chiede il segretario di Stato americano ai suoi ambasciatori, bisogna esaminare se le decisioni politiche siano state deformate da privatissimi interessi economici. C’è troppa gente in giro – nelle cancellerie, nei quartieri generali della finanza, nella comunità economica – che avverte nelle scelte di politica energetica dell’Italia un’alterazione equivoca. Eni era autonoma dal governo nazionale quasi fino all’arroganza. Oggi appare sottomessa al presidente del Consiglio. Agiva con aggressività e libertà sui mercati internazionali. Oggi mostra di subire vincoli a favore di Putin. E’ la prima deformazione. Ce n’è una seconda: Berlusconi trascura le relazioni europee e la tradizionale alleanza con Washington per rinchiudersi nell’eccentrica associazione con la Mosca di Vladimir Putin e la Tripoli di Mu’ammar Gheddafi. I “cable” del dipartimento di Stato sostengono che questo riposizionamento non abbia nulla di politico, ma sia soltanto business. “L’ambasciatore della Georgia a Roma – scrive Spogli – ci ha riferito che il suo governo ritiene che Putin abbia promesso a Berlusconi una percentuale su ogni pipeline sviluppata da Gazprom in coordinamento con l’Eni”. E ancora: “In Italia i partiti di opposizione e alcuni esponenti dello stesso Pdl credono che Berlusconi e i suoi intimi stiano approfittando personalmente e a mani basse dei molti accordi sull’energia con la Russia”.

    Dunque Washington non crede a un’alternativa trasparente che innova la tradizionale politica estera del nostro paese. Dubita che, al fondo della storia, ci siano soltanto gli affari personali di Silvio Berlusconi. L’accusa è gravissima e non è stata provata. E’ un fatto che lo stato delle cose è custodito in un labirinto di segreti. Con l’aiuto di qualche persona informata dei fatti e alcuni testimoni diretti degli eventi, si può documentare però qualche coincidenza e più di un’incoerenza che dovrebbero convincere Berlusconi ed Eni a rompere il silenzio e a dare luce alle zone d’ombra. Ci sono perlomeno tre “casi” in cui si intravede, tra le opacità, una metamorfosi degli interessi nazionali.

    1. Il biglietto del Cavaliere, dove si capisce a vantaggio di chi Berlusconi chiede un favore a Putin.

    2. La “spartizione della refurtiva”, dove questa volta è Putin a chiedere un “aiutino” a Berlusconi che non rimarrà a mani vuote.

    3. I misteri di Karachaganakh, dove si scopre che Eni rinuncia a una parte dei suoi profitti, non si sa a vantaggio di chi.

    Sono “casi” che anticipano, come vedremo, un sorprendente finale e non riescono a nascondere una contraddizione: tutti gli affari che rendono sospettosa l’amministrazione di Washington sono stati approvati dal secondo governo Prodi. Tra il maggio 2006 e il maggio 2008, il governo di centrosinistra sottoscrive l’accordo che disciplina la fornitura di gas e le future collaborazioni nei giacimenti in Russia (14 novembre 2006); l’impegno per il gasdotto South Stream (23 giugno 2007); la disponibilità a “spogliare” la Yukos dei suoi asset (4 aprile 2007); i contratti per lo sfruttamento del giacimento di Karachaganakh (1 giugno 2007). Una stupefacente inabilità che oggi, col senno del poi, solleva qualche mugugno tra gli uomini del centrosinistra e la sensazione che alcuni risvolti si sarebbero dovuti curare in modo diverso. Meglio. Dice Pier Luigi Bersani, segretario del Pd e allora ministro dello Sviluppo Economico: “Premesso che dall’approvvigionamento del gas russo l’Italia non può prescindere, il governo Prodi adottò la strategia di spostare il quadro degli accordi energetici con la Russia in una dimensione europea. La differenza fondamentale tra il nostro approccio e quello di Berlusconi nei rapporti con Mosca è che noi operavamo sulla base di meccanismi trasparenti, non dei personalismi, delle relazioni particolari o della filosofia tipo ghe pensi mi”.

    Il biglietto del Cavaliere
    (dove si apprende come e a vantaggio di chi Berlusconi chiede un favore a Putin)

    Prima che questo signore, Bruno Mentasti Granelli, settantenne finanziere lombardo, apparisse in scena soltanto uomini vicini a Silvio Berlusconi si erano messi in testa di lucrare larghi utili dalla commercializzazione in Italia del metano russo. Se si esclude il tentativo del figlio di un mafioso (Ciancimino), un primo progetto era stato preparato da Ubaldo Livolsi, consulente del premier, nel 1991 direttore finanziario e nel 1996 amministratore delegato di Fininvest Spa, consigliere d’amministrazione di Mediaset, Mondadori, Medusa…. Per farla corta, un berlusconiano di stretta osservanza. Inutile dire quanto berlusconiano sia Marcello Dell’Utri l’uomo che gli commissiona il piano e trova il tempo per scaldare l’attesa presentando, alla Casa dell’Amicizia di Mosca, Effetto Berlusconi, un libro confezionato in esclusiva per il mercato russo.

    Con l’Eni di Mincato ancora autonoma dal governo, l’iniziativa di Livolsi e Dell’Utri va per aria. Dopo il fallimento del primo approccio berlusconiano al problema, compare dal nulla Bruno Mentasti già socio di Berlusconi nella pay-tv Telepiù e in quell’anno, 2003, un rentier dopo aver venduto alla Nestlé la San Pellegrino per trecento miliardi di vecchie lire.

    Il nome di Mentasti salta fuori nella sera del 30 ottobre del 2003. Al Westin Palace di Milano c’è una cena di lavoro. E’ quasi un appuntamento di routine. Quattro persone intorno al tavolo: tre uomini di Eni e un alto dirigente di Gazprom. Si confrontano due ambizioni: Eni vuole prolungare di 25/30 anni i suoi contratti gas che scadono nel 2012; Gazprom aspira a fare utili non solo “a monte” producendo metano, ma anche “a valle” vendendolo e chiede di avere l’opportunità di commercializzarne in Italia attraverso una propria joint venture. L’Eni dovrebbe cedere 2-3 miliardi di metri cubi di metano all’anno dalle sue importazioni. “Abbiamo già un socio italiano, ecco il suo nome…”, dice il russo. Dalla tasca, l’alto dirigente di Gazprom estrae un fogliettino come se fosse una santa icona che da sola avrebbe spazzato via ogni dubbio profano. Sopra c’è scritto: “Mentasti”. Gli italiani cadono dalle nuvole. Quel nome non l’hanno mai sentito. Chi è? Il russo spiega: “Ma come non conoscete il patron della San Pellegrino?”. Gli italiani sorridono: “Anche se gassata, l’acqua ha poco a che fare con il gas, bisogna che qualcuno glielo spieghi a questo Mentasti…”. Il russo non ride, agita ancora il foglietto e dice: “Druzia, amici, ma davvero non riconoscete la grafia del vostro capo di governo?”. Quelli di Eni fingono di non capire e chiedono: “… ma questo biglietto con questa grafia chi te l’ha dato?”. Risposta: “Da dove volete che venga, dal Cremlino!”. A conferma che la faccenda è molto seria perché molto voluta da Putin, gli uomini di Eni vengono invitati a stringere le sedie intorno al tavolo per far posto a un altro convitato che attende un cenno nell’albergo dall’altra parte di piazza della Repubblica, il Principe di Savoia. L’uomo si chiama Alexander Ivanovic Medvedev, è un amico d’affari del professor Fallico, è stato come Vladimir Putin un colonnello del Kgb, oggi è il numero due di Gazprom. Che bisogno c’è di un intermediario se non per creare comode rendite finanziarie a oscuri fortunati? Dietro questa volontà di lucrare gli utili di un’intermediazione superflua e molto favorevole (la Centrex di Mentasti e soci misteriosi avrebbe guadagnato una somma stimata in 280-320 milioni di dollari l’anno per 15-20 anni) si scorgono nell’ordine: un comando di Putin; la volontà di Berlusconi; l’obbedienza “militare” dei gasisti russi; gli amici di Berlusconi in sospetto di essere soltanto prestanomi come Bruno Mentasti o addirittura di essere la testa d’ariete di Berlusconi, se è vero che quel foglietto (che potrebbe essere attualmente nelle mani di un uomo dell’Eni) è stato scritto di suo pugno dal Cavaliere.

    Questo caso sollecita qualche domanda: Berlusconi ha discusso con Putin – e concesso a Mosca – l’ingresso di Gazprom nel mercato italiano? In cambio di che cosa? Perché Berlusconi individua Mentasti come uomo adatto per la nascente partnership? Qual era l’interesse nazionale che, in questo caso, il capo del governo ha rappresentato al Cremlino?
    (1. continua)
    http://www.repubblica.it/esteri/2010/12/08/news/wikileaks_berlusconi_putin-9950307/?ref=HREA-1

    Mi piace

I commenti sono chiusi.