Ecco gli infiltrati a Roma (Scuola Prof. Kossiga)

Ecco gli infiltrati a Roma Da Reset

La giornata di oggi, positiva per la grande reazione di piazza, negativa ma forse scontata per l’esito del voto alla Camera è stata caratterizzata da scontri di piazza di grande consistenza.
Guardando le foto pubblicate su vari siti però si nota qualcosa d’interessante.

Il contesto ruota intorno alla vicenda del finanziere con la pistola in mano. Pistola che per fortuna non ha esploso nessun colpo.
 Ecco gli infiltrati a Roma
Guardate ora il ragazzo con il giubbotto marrone chiaro, a destra, indossa anche una sciarpa bianca. Come si nota nella foto è schierato dalla parte dei manifestanti.

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Guardate ora questa foto. Lo stesso ragazzo in pochi attimi con la sciarpa bianca si copre il viso, si copre il capo con il cappuccio del giubbotto, ma, ecco il ma, dal nulla spunta  come per magia un manganello e non è più schierato dalla parte dei manifestanti.

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Ma nella stessa foto noterete che un finanziere picchia con il manganello un ragazzo che ha nella mano una radio mobile trasmittente. Certamente non è un manifestante, o quanto meno è poco credibile che lo sia.

Nella foto che segue si nota ancora più chiaramente come il finanziere cerchi di picchiare un suo probabile collega.

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Con ciò non voglio sminuire l’importanza della reazione di piazza di oggi 14 dicembre 2010.
Con ciò però è necessario evidenziare come la scuola G8 è ancora viva, come il tentativo di infiltrare agenti provocatori nelle manifestazioni è elemento ancora utilizzato dalle forze dell’ordine.
Forse oggi cercavano il  morto tanto sospirato ed atteso da alcune forze politiche di governo.
Non è successo, oggi almeno Di Marco Barone Continua su Reset

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39 thoughts on “Ecco gli infiltrati a Roma (Scuola Prof. Kossiga)

  1. Sul Corriere della Sera: “Noi poliziotti in divisa senza odio” Da Reset
    Credo sia utile, ai fini della conoscenza di tutti, pubblicare anche su Reset la lettera di un poliziotto che compare oggi sul corriere della sera con il richiamo in prima pagina.

    Io sono un poliziotto del Reparto mobile. Io c’ero martedì scorso. Ero a piazza del Popolo. A piazzale Flaminio. Ero sui mezzi a correre dove c’era bisogno. Ero ad ascoltare la radio, le richieste di aiuto dei colleghi in difficoltà. Ho letto i giornali. I gruppi di Facebook e i commenti su internet. La lettera di Saviano e gli editoriali di prestigiose firme e i commenti di gente normale. Vorrei poter dire che cosa si prova quando si è in piazza. Vorrei non dover leggere (tutte le volte) che i poliziotti scendono con l’animosità di chi si trova un nemico davanti. Noi non abbiamo nemici precostituiti. Noi non abbiamo nessuna voglia di menare le mani nè tantomeno di regolare dei conti. E quando leggo certe cose mi domando sempre: ma davvero c’è qualcuno che pensa che chi esce per lavorare lo faccia con la speranza di dover fare a botte? Noi lo sappiamo che oltre all’incolumità fisica rischiamo un avviso di garanzia o un’indagine interna nel caso si sbagli. La maggior parte di noi è sposata ed ha figli. Vi immaginate cosa prova quando gli dicono “è un atto dovuto. Nomina un avvocato”. Io non dico che noi non sbagliamo mai. Sbagliamo. Io sbaglio. Ma vorrei con tutto il cuore che chi è chiamato, giustamente, a giudicare i nostri errori vivesse una giornata insieme a noi. Perchè quando senti urlare per radio “ci stanno massacrando” e riconosci la voce di uno dei tuoi amici ti vengono i brividi. Perchè nel cuore di tutti noi c’è il pensiero di poter essere quel finanziere solo a cui tolgono il casco. E perchè è un attimo che qualcuno ti salga sulla testa e ti spenga per sempre. Alla violenza non ci si abitua mai. Ricordatevi di Filippo Raciti. E’ morto per un colpo, che gli ha distrutto il fegato. Non per un colpo di pistola. Un sampietrino, un colpo di spranga, una molotov… possono uccidere. O lasciare segni che non passeranno mai. Sono un uomo come tanti. E faccio il poliziotto. Non sono il poliziotto migliore che ci sia. Forse ho colpito gente che non lo meritva. Ma io mi sono voltato a guardare piazza del Popolo dopo averla liberata dai manifestanti. E ho visto le carcasse delle auto bruciate, le vetrine infrante, la strada devastata, i monumenti imbrattati. E già sapevo che qualcuno avrebbe detto… “ma la polizia perchè ha permesso tutto questo?” O anche “è successo perchè i poliziotti hanno provocato”. E sentivo il numero dei poliziotti feriti che saliva. Per me dietro ad ogni ferito c’è un nome e un volto. 57 feriti è statistica. 57 uomini sono 57 storie. Voi avete tutto il diritto di guardare al nostro lavoro con spirito e senso critico. Non mi voglio sottrarre alle valutazioni sulle mie azioni. Ma vorrei non venisse consentito a nessuno di giudicare il mio animo. Internet è pieno dei volti di manifestanti che raccontano di aver subito violenze da parte nostra. Alcuni hanno del sangue. Su internet non trovate i nostri volti. Le nostre ferite non le ostentiamo. Noi. Che non siamo diversi da “voi”. Che non odiamo ma possiamo avere paura. Che non vorremmo dover colpire ma a volte dobbiamo farlo. Che mercoledì 22 saremo ancora in piazza. E sui mezzi che ci portano ore prima sui luoghi più caldi ci diremo che mancano tre giorni a Natale. E che… al ritorno… speriamo di essere tutti e di non dover pensare che c’è un collega a cui far visita in ospedale. Ora dovrei mettere un nome. Ma vi ho scritto cosa faccio, non chi sono. Per questo mi firmo..

    Un poliziotto

    Gasparri invoca un altro “7 aprile”
    “Salvare l’Italia da stagione di terrore”
    Il capogruppo dei senatori del Pdl dopo le polemiche seguìte alla scarcerazione dei ragazzi fermati il 14 dicembre a Roma. Ricorda la “retata” del 1979, quando finirono in manette persoe accusate a vario titolo di appartenere all’eversine dell’epoca, fra cui Toni Negri. “Serve una decisa azione preventiva, la sinistra parla di infiltrati per coprire i violenti”
    ROMA – “Invece delle sciocchezze che vanno dicendo i vari Cascini e Palamara, qui ci vuole un sette aprile. Mi riferisco a quel giorno del 1978 in cui furono arrestati tanti capi dell’estrema sinistra collusi con il terrorismo”. Così il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparro, in merito alle polemiche seguìte alla scarcerazione dei ragazzi fermati lo scorso 14 dicembre durante gli scontri a Roma. Il 7 aprile del 1979 (e non 1978, come erroneamente ricorda Gasparri) fu il giorno in cui, con un’enorme retata, le forze dell’ordine arrestarono diverse persone, prevalentemente legate a Autonomia operaia, accusate a vario titolo di appartenere alle frange dell’eversione. Fra gli arrestati c’era anche Toni Negri, accusato di essere il capo delle Brigate rosse.

    “Qui – osserva Gasparri – serve una vasta e decisa azione preventiva. Si sa chi c’è dietro la violenza scoppiata a Roma. Tutti i centri sociali i cui nomi sono ben noti città per città. La sinistra, per coprire i violenti, ha mentito parlando di infiltrati. Bugie. Per non far vivere all’Italia nuove stagioni di terrore occorre agire con immediatezza. Chi protesta in modo pacifico e democratico – conclude Gasparri – va diviso dai vasti gruppi di violenti criminali che costellano l’area della sinistra. Solo un deciso intervento può difendere l’Italia”.
    http://www.repubblica.it/politica/2010/12/19/news/gasparri_terroristi-10382634/?rss

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  2. Per par condicio! Da Stop The Cenusre
    Dopo aver mostrato l’agente in borghese che lanciava sassi ai manifestanti (incappucciato con un passamontagna, stile black bloc), dopo aver mostrato le immagini del ragazzo colpito con un casco e una delle persone a difesa del blindato della polizia fare il saluto romano … mi è stata segnalata questa foto (da questo gruppo facebook – grazie a Marco Marco per la segnalazione):
    continua …
    http://stopthecensure.blogspot.com/2010/12/per-par-condicio.html

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  3. Daspo, zone rosse e criminalizzazione. I precedenti dimostrano la pericolosità della proposta del governo Di Pietro Orsatti Da Gli Italiani
    Gli scontri di martedì scorso a Roma hanno creato una situazione di difficile gestione per il movimento degli studenti. Che, accerchiato, non riesce a prendere le distanze da chi ha condotto proprio quegli scontri e forse non riesce ancora a trovare dentro di se gli anticorpi alla violenza che è esplosa per le strade della capitale. Contemporaneamente sono emerse tentazioni da parte di maggioranza e governo di avviare una stretta senza precedenti. Tentazioni che si traducono nella ricerca di forme senza paragone in occidente nella limitazione delle libertà civili. “Conoscere preventivamente, e non sulla base di mere informative, i soggetti da tenere distanti dalla piazza, nell’interesse stesso dei manifestanti con intenzioni pacifiche”. Così il sottosegretario Mantovano annuncia di voler estendere il Daspo, il divieto di accedere alle manifestazioni sportive. Quale sia il parallelo possibile fra una partita di calcio e una manifestazione sportiva, fra movimenti di protesta e ultrà è un enigma. E comunque si creerebbe, con l’attuazione di questo tipo di provvedimento, non solo un precedente molto pericoloso, ma anche un meccanismo di emulazione da parte delle frange più violente e minoritarie dei manifestanti proprio dei meccanismi violenti da stadio.

    “L’estensione del Daspo alle manifestazioni di piazza – continua il sottosegretario – permette di contare su uno strumento in più sul piano della prevenzione quando il processo si è risolto in una presa in giro; quindi di avere un di più sul piano della repressione, allorché si accerti che il Daspo è stato violato”. Quando il processo si è risolto in una presa in giro? Chi lo determina che è stato una presa in giro? Il governo? La questura? I servizi segreti? La difesa?

    La proposta è talmente tanto assurda in un paese democratico, come è fino a prova contraria l’Italia, che l’idea del Daspo l’avevamo utilizzata come provocazione, in un articolo di Giuliano Rosciarelli, dopo le dichiarazioni senza freni del ministro La Russa a Anno Zero e i proclami di Alemanno, Maroni e Alfano dopo la scarcerazione dei giovani (denunciati e non condannati per reati minori) fermati nel corso della manifestazione del 14 dicembre. Ma noi scherzavamo! Stavamo parlando per assurdo! E invece qualcuno ci deve aver preso sul serio.

    E non solo Mantovano. Anche a Maroni l’idea piace, anche se vista la sua condanna per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale non potrebbe, secondo le regole che vorrebbe imporre, neanche andare a mangiare una salsiccia a Pontida durante la manifestazione annuale della Lega. “Valuteremo se c’è una maggioranza che sostiene questa proposta – ha detto Maroni -. Il Daspo sta funzionando molto bene dentro gli stadi, riteniamo che questo modello sia esportabile”. Complimenti. E così pure l’ex ribellista di estrema destra (qualche mese a Rebibbia proprio per accuse di violenza quando era uno dei punti di riferimento giovanili dell’estrema destra capitolina). «Non si tratta di una schedatura ma semplicemente di applicare il divieto di partecipare a manifestazioni politiche per tutti coloro che si sono macchiati di violenze in un medesimo contesto di manifestazioni – spiega Alemanno -. In questo modo si può evitare che anche persone denunciate e rimesse in libertà, pur non rimanendo in carcere, tornino a essere protagonisti pericolosi di nuove manifestazioni. Con questi chiarimenti la proposta di Mantovano mi sembra una idea valida che può aiutare a isolare i violenti senza costringere la magistratura ad eccedere in misure cautelari”.

    Quindi, secondo la proposta di Mantovano, Alemanno e Maroni chiunque sia oggetto di una denuncia per violenze (che queste denuncie siano fondate o meno) perderebbe il diritto di manifestare le proprie libertà civili e politiche. Prima ancora che l’oggetto della denuncia (in questo caso la violenza) sia riconosciuta da una sentenza di colpevolezza.

    La cosa più assurda è che questa proposta delirante viene fatta in nome della prevenzione di possibili atti violenti.

    E non solo. Divieti di manifestazione, zone rosse, schedature, repressione “preventiva” hanno sempre ottenuto il risultato contrario. A partire dal quel famoso “giovedì nero” a Milano del 12 aprile 1973, quando il divieto di manifestazione ai militanti dell’Msi fu il preludio di una giornata di violenze e di scontri che culminarono con il lancio di una bomba a mano verso la polizia e la morte dell’agente Antonio Marino. Episodio che l’attuale ministro della difesa Ignazio La Russa dovrebbe conoscere bene visto che, per sua stessa ammissione, si trovava a protestare duramente contro il prefetto nel suo ufficio contro quel divieto che stava provocando la guerriglia per le strade di Milano proprio nel momento in cui Marino moriva.

    E poi c’è il recente ricordo dei fatti di Genova che dovrebbe ancora bruciare nella memoria collettiva di questo paese.

    A Alemanno, Maroni e Mantovano chiedo di andare a riguardarsi cosa accadde il 12 maggio del 1977 a Roma. Quando divieti, improvvisazione e mano libera alla parte peggiore di un’idea di ordine distorta portò alla morte di una ragazza di 19 anni che cercava di allontanarsi dal teatro di guerra che si era creato nel centro di Roma quel giorno. Una ragazza che si chiamava Giorgiana Masi, e che era andata a festeggiare l’anniversario della vittoria del referendum sul divorzio e si era ritrovata nel mezzo di una guerra. Cercata e voluta.
    http://www.gliitaliani.it/2010/12/daspo-zone-rosse-e-criminalizzazione-i-precedenti-dimostrano-la-pericolosita-della-proposta-del-governo/

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  4. Il permesso di manifestare
    di ADRIANO SOFRI IL GOVERNO annuncia un pugno più duro con le manifestazioni politiche, a cominciare dalle prossime degli studenti e degli universitari. Il governo non si risparmia. Fa le veci del Parlamento. Fa le veci della magistratura, si impegna all’unisono, interni e giustizia, a spiegarle che i ragazzi fermati vanno tenuti in galera. Si profonde in avvertimenti sul ritorno del Sessantotto e degli anni di piombo. Dal’45 al Sessantotto erano passati 23 anni. Dal Sessantotto a oggi 42. I “ragazzi” di oggi, dai 41 anni in giù, sono nati dopo il Sessantotto, e dai 40 in giù dopo lo sbarco sulla luna.

    Che studenti ricercatori operai vadano sui tetti al governo sembra seccante, ma fino a un certo punto. Da lì possono solo scendere, o buttandosi di sotto, e non c’è problema, o dalle scale, e basta aspettarli e rimetterli al loro posto. Che dai tetti scendano nelle strade e le riempiano e tornino ad avere insieme obiettivi definiti e un’ispirazione generale, che ripudino una presunta riforma e non ne possano più di un’intera idea del senso della vita, questo il governo non può sopportarlo. Il governo ha tutto il potere, e lo venera come un sacramento, il Parlamento è un incidente sempre più superfluo, giustizia e stampa (non servili) cerimonie fastidiose, le polizie – quando non manifestano a loro volta contro il governo – un privato servizio d’ordine.

    La cosa è culminata – per il momento – nell’invenzione del Viminale: l’estensione del Daspo alle
    manifestazioni politiche – cioè alla politica. Essendo le manifestazioni politiche appunto il modo di manifestarsi della politica, la proposta vale né più né meno all’esonero di polizia di un certo numero di cittadini – “ritenuti pericolosi” – dalla politica, e dunque, per completare il giro di parole e di fatti, dalla cittadinanza. Ascoltare la trovata e sorridere – o ridere francamente – è fin troppo facile. “Li vogliamo vedere, a decidere chi può partecipare a un corteo o a un comizio, e poi a impedirglielo”. Ma il bello delle trovate reazionarie sta proprio lì: che vengano sparate nonostante la loro enormità, anzi, grazie alla loro assurdità. Gli anziani si ricorderanno le polemiche roventi sulle leggi d’eccezione e il fermo di polizia. Ma il fermo di polizia, anche il più arbitrario per durata e modalità, pretende almeno di far seguire l’arbitrio a un reato commesso. Qui il fermo ne precede la presunzione, vagheggia una legislazione dei sospetti. Alle manifestazioni politiche possono partecipare solo i buoni cittadini: i cattivi no. Chi sono i cattivi? Quelli che, se si permettesse loro di partecipare alle manifestazioni politiche, si comporterebbero male. Logico, magnifico. Vengo anch’io. No tu no. E perché? Perché no. Il Viminale non vuole. Per il nostro bene.

    L’idea del Daspo politico è così genialmente ministeriale da lasciare ammirati e senza parole. All’inizio; poi le parole vengono, altro che se vengono. Una volta che vi siate informati su che cos’è (è il Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive, scritto così) perché non applicare il Daspo anche agli accessi alle Autostrade Italiane? Ho appena sentito dalle autorità preposte che la colpa di ieri è degli automobilisti sventati che sfidano la sorte senza attenersi alle raccomandazioni dei cartelloni stradali (“catene a bordo” eccetera: anche in treno?). Dunque Daspo ai caselli. Manifestanti o automobilisti, basterà dotare le polizie (e le forze armate, per la sinergia) di un elenco dei facinorosi, da compulsare al momento della loro discesa in strada. Del resto, diciamocelo: elenchi così ci sono già, pubblici e privati.

    Per le incombenti manifestazioni studentesche basterà disporre di un primo catalogo approssimativo: due o tre milioni di nomi e cognomi. Del resto, avvenne già. Anzi, geniale com’è, l’idea ministeriale rischia di essere troppo modesta rispetto ai precedenti classici. Fascismo o “socialismo reale” non sapevano forse assicurare l’ordine pubblico e lo svolgimento ordinato delle libere manifestazioni, piuttosto che con la bruta repressione, con una accurata azione preventiva (di igiene, vorrei dire, ora che questa sintomatica parola – “la guerra, igiene del mondo” – è stata rimessa all’onore del mondo stesso)? Andando più per le spicce, quei regimi non si limitavano ad applicare un Daspo antemarcia ai sospetti dissidenti per le eventuali loro manifestazioni pubbliche, ma per le proprie. Alla vigilia delle quali gli oppositori, meticolosamente schedati senza bisogno di computer, quando non fossero già al sicuro in galera o al confino, venivano arrestati o consegnati agli arresti a domicilio. E la piazza delle manifestazioni di regime ne risultava sgombra dal rischio di incidenti: igiene, appunto, piazza pulita di rivoltosi, violenti e altri rifiuti organici.

    Si applichi dunque il Daspo alle manifestazioni politiche, ma se ne escludano le manifestazioni di opposizione al governo – non occorre vietarle, basta abolirle – e lo si applichi rigorosamente a quelle del Pdl, della Lega e delle forze loro alleate e genuinamente fasciste, dai cui paraggi saranno allontanati i membri dell’Elenco Facinorosi, e concentrati per il tempo necessario alla sicurezza collettiva e all’ordinato esercizio del diritto di manifestazione – 36 ore minimo – fra Incisa Valdarno e Firenze Sud. A bordo. In catene.
    http://www.repubblica.it/cronaca/2010/12/19/news/sofri_commento-10378340/?ref=HREC1-3

    Maroni vuole in galera gli studenti per un reato commesso anche da lui Di Dario Ferri Da Giornalettismo Solo che quando il ministro fu condannato per resistenza a pubblico ufficiale in prigione non andò mai…

    Si vede che fanno parte della stessa maggioranza politica. Esattamente come quel naziskin del perbenismo del sindaco Gianni Alemanno, il ministro dell’Interno Roberto Maroni chiede la galera per gli studenti accusati di un reato che lui stesso ha commesso. Solo che Bobo è peggio perché quando è stato condannato lui la galera non se l’è fatta. La storia la racconta Gianni Barbacetto sul Fatto:

    ERA IL 18 SETTEMBRE 1996 e Bobo Maroni era davanti alla sede della Lega Nord in via Bellerio, a Milano. Alle 7 del mattino la polizia si era presentata a perquisire, a Verona, uffici e abitazioni di Corinto Marchini, il capo delle “camicie verdi”, e di due leghisti a lui vicini, Enzo Flego e Sandrino Speri. Gli agenti erano stati mandati da Guido Papalia, procuratore della Repubblica di Verona, che stava indagando sulla Guardia Nazionale Padana, sospettata di essere “un’organizzazione paramilitare tesa ad attentare all’unità dello Stato”. Marchini aveva un ufficio anche in via Bellerio, a Milano. Così due pattuglie della Digos veronese arrivano alle 11 alla sede della Lega e tentano di entrare. Invano: i militanti leghisti impediscono l’ac cesso. Tornano il pomeriggio, con un provvedimento integrativo di perquisizione. Riescono a fatica a entrare nell’a n d ro n e , ma lì sono fermati da un cordone di leghisti, tra cui Maroni, che impedisce l’accesso alla scala. Spintoni, parapiglia. Alla fine i poliziotti sfondano e riescono a salire. Ma Bobo, che in gioventù era stato militante di Democrazia proletaria, non demorde: “Il primo vero e proprio episodio di violenza”, annotano le cronache, “è compiuto da Maroni che tenta di impedire la salita della rampa di scale, bloccando per le gambe gli ispettori Mastrostefano e Amadu”.

    L’oggi ministro della polizia dimentica il suo comportamento, di livello simile a quello degli studenti accusati:

    I due si divincolano e salgono, con tutti i loro colleghi. Ma la squadra Maroni non si ferma: insegue gli agenti, li copre d’insulti, tenta di bloccarli con la forza. I cori ingiuriosi sono diretti da Mario Borghezio, mentre “nu – merosi atti di aggressione fisica e verbale nei confronti dei pubblici ufficiali” sono compiuti da Maroni, ma anche da Umberto Bossi e Roberto Calderoli: “Episodi tutti documentati dai filmati televisivi”. Con fatica, gli agenti arrivano davanti all’ufficio di Marchini che devono perquisire. Lo trovano sbarrato. Sulla porta, un biglietto scritto a macchina: “Segreteria politica – Ufficio on.le Maroni”. La porta è sfondata. “Operazione che tuttavia era ostacolata violentemente” da Maroni, Bossi, Borghezio, Calderoli e altri, “che aggredivano principalmente il dottor Pallauro e l’ispettore Amadu, il quale veniva stretto fra gli imputati Maroni, Martinelli e Bossi, che lo afferrava dal davanti, mentre il Martinelli lo prendeva alla spalle”. La guerriglia finisce con un malore: Maroni “viene disteso a terra dall’agente Nuvolone, per poi essere avviato al pronto soccorso, ove gli venivano riscontrate lesioni per le quali sporgeva q u e re l a ”.

    La storia finisce con una condanna:

    Condanna in primo grado a 8 mesi. In appello a 4 mesi e 20 giorni, perché nel frattempo era stato abrogato il reato di oltraggio. La Cassazione conferma, commutando la condanna in una pena pecuniaria di 5.320 euro.

    http://www.giornalettismo.com/archives/105132/maroni-vuole-galera-gli-studenti/

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  5. black bloc che servono solo a voi che vedete le manifestazioni solo come ordine pubblico Da Agoravox Voi chiamateli black bloc, e starete generando rabbia che può anche sfociare in violenza. Voi, che gambe accavallate mentre sedete comodi su poltrone dei salotti buoni della politica, siano essi i privé di palazzo o quelli di propaganda a mezzo televisivo, pensate di avere il dovere di commentare da genitore apprensivo. I black bloc servono a voi. Voi chiamateli black bloc, e starete generando rabbia che può anche sfociare in violenza. Voi, che gambe accavallate mentre sedete comodi su poltrone dei salotti buoni della politica, siano essi i privè di palazzo o quelli di propaganda a mezzo televisivo, pensate di avere il dovere di commentare da genitore apprensivo. Voi, quelli che “anche io alla vostra età…”, “ai tempi in cui io contestavo…”, “quando anch’io scendevo in piazza a protestare…” e perciò “capisco la vostra rabbia, ma…”. A voi che vi presentate come la normale evoluzione del contestatore e voi che perciò stereotipate chi protesta e la protesta stessa; a voi che la etichettate, le affibbiate un marchio e poi la giudicate; a voi la rabbia che in piazza può assumere forme di violenza fa comodo per fingere dialogo ed imporre il vostro modello di lavoro, di università, di scuola, di società.

    Sì perché, ad esempio, lo scorso 14 dicembre, nelle strade di Roma a manifestare, non c’erano studenti medi e basta; non c’erano universitari e basta; non migranti e basta; non solo i terremotati aquilani, né solo precari. Erano in piazza tutti insieme per reclamare dei diritti negati. Persone diverse e pezzi differenti di società, accomunati da due elementi almeno: l’impossibilità a progettare ed anche solo pensare un futuro, e la riduzione delle loro istanze a problema di ordine pubblico.

    Negli ultimi anni, ed in particolare con il governo Berlusconi e Roberto Maroni a capo del ministero dell’Interno, ogni manifestazione è stata considerata solo sotto l’aspetto dell’ordine pubblico. Dalle contestazioni sull’apertura di nuove discariche smorzate con l’uso della forza, fino alle manifestazioni studentesche caricate dalle forze dell’ordine, passando per gli sgomberi forzati di presidi di lavoratori e le manganellate ai terremotati aquilani, la garanzia di ordine pubblico è stata l’unica risposta di un potere politico sordo. Dimostrazione esplicita di questa considerazione fu data qualche mese fa, quando Maroni annunciò l’assurda intenzione di impedire manifestazioni in prossimità di monumenti (di cui l’Italia è piena) e di centri commerciali (sparsi nelle periferie cittadine).

    Si mostra in tutta evidenza l’autismo politico di una classe dirigente incapace di trovare soluzioni alle istanze sociali del Paese, che addirittura si rifiuta di ascoltare. Basti l’esempio più esplicito di questi giorni e cioè l’arroganza del ministro Gelmini nei confronti degli studenti e dei ricercatori contro i quali inveisce ormai da due anni, e quella del presidente del consiglio che giudica di cattivo esempio chi contesta la riforma di scuola e università per il solo fatto che si manifesti, perché “gli studenti veri stanno a casa a studiare”.

    Gli esempi da seguire sono a casa, magari zitti, che aspirano al massimo a quella sicurezza personale che trova risposta nelle parole d’ordine “più polizia”, “meno immigrati”, “più telecamere”, “meno centri sociali”. Esempi funzionali di uno Stato che ha abdicato da qualsiasi ruolo di interesse realmente pubblico, prima di tutto di protezione sociale e che, come ricorda Bauman, trova legittimità solo nella protezione della sicurezza individuale sempre sottoposta a presunte nuove minacce. “I governi, spogliati di gran parte delle loro capacità e prerogative sovrane dalle forze di globalizzazione che non sono in grado di contrastare – e meno ancora di controllare – non possono far altro che scegliere con cura i bersagli che sono presumibilmente in grado di contrastare e contro cui possono sparare le loro salve retoriche”, scrive il sociologo polacco in Vite di scarto.

    Ecco, quell’insistenza sui famigerati black bloc in azione, serve a far passare in secondo piano tutte le rivendicazioni sociali, coperto da quella violenza mediaticamente esaltata al fine di dare al governo un’autorità che ha perduto ed ha rinunciato a cercare in altri contesti.
    http://www.agoravox.it/I-black-bloc-che-servono-solo-a.html

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  6. “Chiedevamo il futuro ci hanno riempito di botte” – Repubblica.it.
    Alice, 23 anni, occhi pesti e braccio al collo: in cella minacciati e insultati, sembrava Orwell. “Ho capito che per lavorare me ne devo andare”

    di MARIA NOVELLA DE LUCA

    ROMA – “Ci tenevano lì, al gelo, tutti insieme in una cella vuota, senza bere, né mangiare, né poter andare al bagno. Chi chiedeva un po’ d’acqua o si lamentava per le ferite aperte veniva aggredito, deriso, minacciato. Ci avevano detto: ricordatevi di Bolzaneto, ricordatevi di Genova. Per 14 ore nel centro di identificazione di Tor Cervara abbiamo subito ogni tipo di angheria e di terrorismo psicologico, con la consapevolezza che laggiù, in quella specie di carcere, lontani da tutto e da tutti, ci sarebbe potuta succedere qualunque cosa”. Alice ricorda e i ricordi fanno male. Ombre di freddo e di paura. Di scherno e di violenza. Ha gli occhi pesti, un braccio al collo e una caviglia gonfia. Ventitré anni, i capelli e gli occhi scuri, i modi gentili e lo sguardo di chi sa quello vuole. Seduta nella piccola cucina di una casa da studenti, posti letto a 250 euro l’uno, con il caffè caldo sul tavolo e gli amici intorno, Alice Niffoi, arrestata negli scontri di martedì scorso, ferita a manganellate dalla polizia e poi detenuta con altri 23 ragazzi, racconta la sua vita di ragazza normale sconvolta da un pomeriggio di guerra. E la sua voce, i suoi desideri, i suoi sogni di studentessa di Scienze Politiche che vuole occuparsi di “Altra economia”, sembrano essere quelli di un’intera generazione, di un movimento che rifiuta la violenza, ma dice Alice, “finché ci saranno zone rosse noi le violeremo, sono loro i violenti non noi”.

    E`nata ad Orani Alice, in Sardegna, nel cuore della

    Barbagia, con una mamma professoressa di Lettere che nel ’77 partecipò alla grande protesta universitaria e un papà che fa il rappresentante, le superiori al liceo classico “Asproni” di Nuoro, poi quattro anni fa il salto verso Roma, “avevo voglia di vivere in una metropoli, credevo nell’università, oggi ho capito che per fare il mio lavoro me ne dovrò andare, qui per noi non c’è più posto”. Noi, cioè loro, sono i ragazzi che occupano, che manifestano, e il 22 torneranno in piazza in una Roma che li attende in assetto militare e armato. Suonano i telefoni, il campanello, i vetri sono appannati dal freddo, ma dentro questo appartamento nel quartiere del Pigneto, alle spalle della periferia Casilina, ci sono calore, solidarietà, gli amici entrano, escono, abbracciano Alice, “certo che ti hanno conciato male…”.
    “Adesso tutti cercano di darci etichette, ma noi siamo lontani dai partiti, anche dalla sinistra, chiediamo soltanto di poterci costruire vite dignitose, di avere accesso al lavoro, e la risposta del Governo è stata quella di riempici di botte, mentre tremavo dal freddo, scalza, nel seminterrato buio dove ci avevano rinchiusi, ho pensato che quel luogo assomigliava alla “cella del ministero dell’Amore” come nel romanzo 1984 di George Orwell…”. Ossia il ritrovarsi in un copione assurdo, in un incubo, con l’accusa per Alice di resistenza aggravata. “Rivedo quelle scene in continuazione, ero ben stretta nei cordoni di testa del corteo, non ho tirato pietre, nulla, semplicemente avanzavo mentre la polizia caricava, e così mi hanno presa, trascinata via, picchiata con il manganello sulla testa e sulle spalle, buttata in un cellulare con le manette ai polsi”

    Un salto nel buio, nell’oscurità, la consapevolezza che il gioco si è fatto duro, durissimo, e forse la vita di prima non sarà più la stessa. “Faccio teatro, dovevamo mettere in scena un testo di Laforgue, ma lo spettacolo è saltato, mi piace David Bowie, leggo moltissimo, di tutto, gli scrittori sardi, Michela Murgia, Flavio Soriga, ho appena finito un testo di Anna Simone Corpi del reato”. “Mia madre si è spaventata – mormora Alice – è naturale, però sa che la nostra protesta è giusta. Ma lo sanno in Parlamento che fatica è poter studiare, mai un cinema, un ristorante, al supermercato cerchiamo i cibi meno costosi, comprare i libri è un’impresa. Vogliono schiacciarci? Noi reagiremo, è tutto il movimento che si ribella. E io avevo un nonno partigiano, come potrei smettere di manifestare?”. (18 dicembre 2010)
    http://www.nuovaresistenza.org/2010/12/18/chiedevamo-il-futuro-ci-hanno-riempito-di-botte-repubblica-it/

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  7. Alemanno si indigna per le scarcerazioni. E quegli otto mesi a Rebibbia per la Molotov? Indignandosi per le scarcerazioni dei fermati di Roma Gianni Alemanno ha colto due occasioni. E’ uscito dall’angolo nel quale si è ficcato per la parentopoli romana, nella quale è coinvolto fino al collo, ed è riuscito a far vedere che anche tra gli ex-fasci filoberlusconiani, quando non vige il garantismo assoluto per chi ruba, nei confronti del conflitto sociale alligna sempre e solo la passione per il manganello.

    Eppure proprio lui dovrebbe essere sensibile alla presunzione di innocenza per scontri di piazza. Nel 1982 il ventiquattrenne dirigente del Fronte della Gioventù scontò otto mesi di galera a Rebibbia per essere stato accusato di aver lanciato una molotov contro l’Ambasciata dell’allora Unione Sovietica. Qualche anno dopo, nell’88, Alemanno venne prosciolto per non aver commesso il fatto.

    Colpevole o innocente (sicuramente innocente processualmente) dimentica quell’episodio (o furono un rito iniziatico quegli otto mesi in carcere?) e tra il garantismo e il manganello sceglie senza dubitare il secondo. Vedremo cosa farà con parentopoli… si dimetterà davvero?

    Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

    http://www.agoravox.it/Alemanno-si-indigna-per-le.html

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  8. Come cancellare un movimento. Analisi di quello che è successo il 14 dicembre Di Pietro Orsatti
    Da due giorni parliamo di cortocircuito. Fra il palazzo e la piazza. Fra politica e società. Con quella coda drammatica di almeno tre ore di guerriglia urbana in pieno centro di Roma. La sensazione generale su quello che è successo è che in qualche modo si sia alimentato, strumentalmente, un senso diffuso di rabbia e frustrazione a uso e consumo di una strumentalizzazione politica. Che voleva gli studenti e i movimenti “cattivi”, la politica del governo “rigorosa e corretta”, e soprattutto coprisse lo scandaloso mercato delle vacche (su cui, ricordiamolo, c’è un fascicolo aperto in procura) sul voto parlamentare. E poi ottenere alla fine il risultato più importante: marginalizzare, e criminalizzare, la contestazione e di fatto isolare e svuotare i movimenti di protesta.

    A Roma il 14 sono successe molte cose. La prima, evidente, quella di uno scatenarsi di una guerriglia urbana senza precedenti negli ultimi trent’anni davanti alle telecamere del mondo. Come a Genova nel 2001. Prova muscolare. Che poteva e doveva essere evitata. Ma che non si è voluto evitare. Perché serviva il caso e la punizione. Perché serviva ricondurre anche la protesta più esasperata nell’alveo degli schieramenti e delle dinamiche tradizionali della politica anche antagonista. In particolare verso gli studenti. Perché il movimento degli studenti, con la sua impenetrabilità anche a chi pretendeva di capirli grazie alla propria esperienza di altre storie (dagli ex disubbidienti e affini a altre organizzazioni e partiti che dei fatti di Genova furono protagonisti), hanno mantenuto una distanza stupefacente da storie “altre”. E chi pretendeva di capire infatti non ha capito. Non è riuscite a stringere relazioni, rapporti. E soprattutto non è riuscito a mettere cappelli sopra la lotta dei giovani del 2010.

    A Roma c’erano infiltrati? Non sorprenderebbe nessuno. Chi erano questi infiltrati o provocatori? Alcune settimane fa a Roma, durante il voto alla riforma Gelmini alla Camera, c’era già stato un accenno a quello che si è poi visto martedì scorso. Gruppi antagonisti che con il movimento hanno poco a che fare, da un lato, che però erano presenti in piazza in maniera del tutto riconoscibile, poi gruppetti sparsi di “giovanotti” di gruppi di estrema destra che si dilettavano a creare tensione con lanci di petardi a casaccio e a tirare fuori i muscoli nell’accendersi dei momenti di tensione per poi dileguarsi velocemente. Poi qualche emulatore dei Black Bloc (e sottolineo il termine emulatori). Ma poi a gestire la piazza, le tensioni e perfino gli scontri alla fine c’erano solo loro: gli studenti.

    Anche in quella occasione c’era un numero consistente di agenti in borghese nei cortei. Come martedì scorso. Consistente. Lo raccontano filmati, fotografie, testimonianze. Agenti che non hanno agito se non, come da “ingaggio”, sorvegliando e intervenendo solo quando la situazione è precipitata. Ingaggio, un termine guerresco moderno, ma che in questi giorni è più che adeguato.

    Martedì scorso la situazione invece era molto più complessa. Prima di tutto si è dimostrato ancora una volta che la creazione di una “zona rossa” impenetrabile e militarizzata è di fatto un innesco devastante. Per chi vuole esasperare la situazione fino a far scoppiare gli incidenti. Chiunque esso sia. Poi che precettare un enorme massa di uomini in divisa da altri servizi e spedirli per strada impreparati, senza attrezzatura o addirittura abbigliamento idoneo, con linee di comando differenti (questura, carabinieri e guardia di finanza), senza addestramento specifico è di una pericolosità enorme. La sequenza del finanziere a terra che estrae la pistola proprio questo ci racconta. Impreparazione, improvvisazione, linee di comando impermeabili fra loro. Da tempo i sindacati di polizia denunciano questo stato delle cose. Lo avevano fatto, proprio davanti a Montecitorio solo il giorno prima.

    La “zona rossa”, il fortino inespugnabile, concentra le forze tutto in un luogo a difesa di un simbolo (ingigantendone enormemente valore e potere di attrazione). A discapito della prevenzione. Prevenzione che era indispensabile e dovuta ma non c’è stata. Perché non si lasciano a due passi dal Senato camion incustoditi di attrezzi edili. E soprattutto perché non si interviene quando i gruppi di manifestanti (o provocatori?) si organizzano per intervenire. A dimostrazione di quello che dico il pazzesco transitare su lungotevere e poi verso piazzale Flaminio del corteo. Indisturbato. Anzi, quasi favorito. Con il ripetersi di un percorso del tutto simile a quello di pochi giorni prima. Come se fosse stato già testato. E con gli scontri più violenti che scoppiano su via del Corso esattamente come per il voto alla Camera. Tutto uguale, tutto prevedibile. E che non è stato impedito.

    Non servono neppure infiltrati o provocatori davanti a uno scenario del genere. Crei un fortino assediato, lo ingigantisci, fuori dal fortino non impedisci l’organizzazione di gruppi e gruppetti, lasci il resto della città in balia degli eventi, non verifichi e rimuovi la presenza di “aiutini” come il suddetto camion di attrezzi a due passi dal Senato e poi lasci che la cosa degeneri per poi intervenire con il massimo di forza possibile. Alla fine. A giochi fatti.

    Prendiamo ad esempio la figura del giovanotto con il giaccone marrone chiaro, il guanto rosso e la sciarpa bianca sospettato, anche da noi, di essere un infiltrato vista la stranezza del suo comportamento e del suo muoversi indisturbato sia fra i manifestanti che fra le forze di polizia. Oggi, questo ragazzo, si scopre essere un sedicenne già denunciato in passato. E che quando è stato bloccato, alla fine degli scontri, non solo non è stato fermato ma addirittura è stato rilasciato senza essere identificato e solo dopo le domande dei media e le foto che lo segnalavano (pubblicate sui giornali di mezzo mondo) rintracciato a casa e condotto in questura (24 ore dopo i fatti e il primo fermo non fermo). Bene questo ragazzo appare ovunque durante il racconto fotografico e video di questa giornata di follia. Con una pala, con un bastone, con una sbranga, con fumogeni, con manette e manganello di ordinanza, che prende a calci blindati, che attraversa le fila dei poliziotti senza che nessuno lo fermi. Nessuno. Lo avevano individuato tutti, manifestanti, giornalisti, fotografi. Ripeto, assolutamente indisturbato. Spesso tranquillo, assolutamente non allarmato. Così appare in molti fotogrammi. E tu non blocchi uno così che da ore sta facendo di tutto davanti a tutti? Prevenzione? Dov’è la prevenzione in tutto questo?

    La questura parla di 5.000 manifestanti che hanno partecipato agli scontri. Che hanno partecipato o che sono stati coinvolti? La differenza non è da poco. Anche sui fermi: quante delle persone arrestate e oggi sotto processo per direttissima sono state coinvolte negli scontri anche contro la loro volontà? Dettagli? Non credo.

    Risultati della giornata di martedì scorso? Criminalizzazione della manifestazione che, per la prima volta da anni, vedeva non solo studenti ma anche ricercatori, precari, disoccupati, terremotati, comitati anti discarica e alluvionati insieme in piazza. Poi, distogliere l’attenzione da mercato delle vacche e dalla indecorosa sceneggiata che ha messo in scena la coda del potere politico di Berlusconi. E una città devastata e una generazione che, oggi, si sente ancora più esclusa (dal lavoro, dalla società, dalla cultura e dalla politica) e frustrata. E che, temiamo, reagirà con ancora più rabbia. Fine dei giochi.

    http://www.orsatti.info/archives/3667

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  9. Vendola: “Giusto ribellarsi
    ma la guerriglia è un vicolo cieco”
    Il leader della sinistra vicina ai movimenti: la politica non faccia prediche, ha dato spettacoli ben peggiori. Questi ragazzi non hanno futuro, la rabbia è inevitabile quando gli adulti non riescono a dare risposte alle speranze dei giovani
    di GIOVANNA CASADIO
    ROMA – “Ho cercato di evitare di parlare degli scontri di Roma. Mi addolora. Perché vedo i miei cinque nipoti, i tanti ragazzi, la domanda sparpagliata, carsica, di dignità della vita e di cambiamento. C’è una carica di disperazione…”.

    Nichi Vendola, questo dà ragioni alla guerriglia di Roma? Ha scritto Roberto Saviano, in una lettera ai ragazzi del Movimento, che la violenza è una trappola, un favore al Potere, ai vecchi signori che hanno fallito con le loro strategie violente. Lei, leader della sinistra vicina ai Movimenti, è d’accordo?
    “La violenza è sicuramente una trappola; è entrare in un vicolo cieco; è il contrario della radicalità. Violenza è una forma di autodegradazione. Significa lasciare che la brutalità dei mezzi diventi il cannibale che si mangia la bontà dei fini. Saviano propone un dialogo con un movimento nascente e adolescenziale che è una immensa speranza in un paese in cui gli adulti hanno adulterato anche la speranza. Ma è tutto il vecchio continente – l’incendio nelle banlieue parigine, la ciclica esplosione di sommovimenti giovanili in diverse metropoli europee – a ignorare una generazione che non ha nulla da perdere”.

    Giustifica in parte questa violenza, quindi?
    “Non intendo giustificare, voglio capire. C’è un dato inedito nella condizione giovanile ed è la spoliazione del futuro. In Italia i giovani sono la “generazione
    del lavoro mai”, come per i condannati all’ergastolo, per sempre precari. Ragazzi che vivono in scuole e università sempre più dequalificate; assuefatti a immagini di morte, dalla macchia di petrolio del golfo del Messico al plastico del garage di Avetrana in uno studio tv”.

    Ma lei da che parte sta, da quella degli studenti?
    “Assolutamente sì. Sto con questa generazione. Sempre contro la violenza, sempre con i giovani che si ribellano. Questa è una generazione che ha una repulsione spontanea verso il Potere che ha prodotto l’esecuzione sommaria di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi. Come se i giovani fossero vuoti a perdere. Ecco, la politica deve dare risposte a questo passaggio d’epoca; riconnettere la domanda di vita e di libertà. Un lavoratore deve arrampicarsi su una gru per fare vedere la sua disperazione e le sue ragioni. C’è una società alla deriva, il nuovo nome della questione sociale è molto antico ed è povertà”.

    Per i partiti, per i politici c’è indifferenza se non disgusto?
    “La fanghiglia e il teppismo che abbiamo visto nelle aule parlamentari durante il voto sulla fiducia a Berlusconi, impediscono alla politica di fare prediche. Questa generazione ha trovato forme d’identificazione nell’appartenenza alle curve dello stadio, nel tifo identitario. Anche lo stadio è un surrogato di ciò che è venuto meno: la scuola la famiglia, la politica, i partiti, tutto è venuto meno. Restano la tv e lo stadio”.

    I poliziotti hanno manganellato, la sinistra denuncia la repressione. Ma se lei, che si candiderà alla leadership del centrosinistra, fosse stato al governo, cosa avrebbe fatto?
    “Questo governo non ha ascoltato nessuno, ha spezzato le gambe alla speranza della scuola e dell’università. Berlusconi aveva promesso le tre “i” (inglese, impresa, informatica) e ha realizzato le tre “p” (paura, povertà, precarietà). Potrei mettere una quarta “p” ma in Italia si preferisce dire escort”.

    Il Pd ha parlato di infiltrati, è stato un errore?
    “Questa volta a me pare che tutti hanno cercato di capire di più. Lasciamo perdere servizi segreti, poliziotti, infiltrati black bloc, è accaduta una cosa che non cancella il fatto che la stragrande maggioranza dei giovani che protestano sono più studiosi di come è stata la Gelmini e sono pacifici. C’è un humus di violenza che attraversa questa fase della storia italiana e della storia europea, che si determina quando il mondo adulto non sa aprire le finestre e impedisce ai ragazzi di guardare il futuro. È questa la bomba di orologeria in sé”.
    http://www.repubblica.it/scuola/2010/12/17/news/vendola_intervista-10303012/?ref=HRER1-1

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  10. Una risposta a Saviano sugli scontri di Roma Da Matteo Bartocci
    Caro Roberto,

    a scriverti è un ragazzo di ventisei anni, uscito da pochi mesi dall’università. Non ho scritto Gomorra, non scrivo su Repubblica, non ho fatto trasmissioni. Ma non è solo al passato che posso parlare: non scriverò un libro di successo, non scriverò su un grande giornale, non dominerò l’auditel in una trasmissione Rai.

    Ti scrivo per la stima che il tuo libro mi ha portato ad avere nei tuoi confronti e per la disillusione che questa tua lettera ha causato in me.

    Vorrei essere franco e parlare al di fuori delle parole d’ordine che un movimento (qualsiasi movimento) impone per essere schietto e provare a fare un passo oltre il 14 dicembre, altrimenti si guarda sempre al passato e non è il passato a preoccuparmi adesso.

    E’ proprio dalle parole d’ordine che vorrei iniziare. Scrivi che le nostre parole sono nuove, che non ci sono più le vecchie direttive: grazie. Non sai quanto possa essere grande questo complimento, proprio da te, che sei diventato una figura di riferimento rompendo un ordine costituito di parole. Le cose che scrivevi in Gomorra c’erano da tempo, andava trovato un modo per dirlo e tu l’hai fatto. Non è poco.

    D’altro canto vedo in te il peccato originale da cui ci metti in guardia. Vedo nella tua lettera l’utilizzo di quelle parole d’ordine, di quelle direttive che sono vecchie che sono scollegate dal mondo.

    Cos’è questo continuo richiamo agli autonomi del ’77 che si legge in molti articoli e anche nel tuo? E’ il dogma con cui si finisce per sdoganare ogni protesta. Ma non li vedi i movimenti in Francia, a Londra ad Atene? Non ci pensa mai nessuno che sono molto più vicine a noi quelle cose, piuttosto che le immagini in bianco e nero di quarant’anni fa?

    Io non sono nessuno per spiegarti cose che sai meglio di me, però guarda le foto: guarda quanta gente c’è in Piazza del Popolo? quanta gente ha resistito agli scontri? E non sotto l’impulso di una rabbia improvvisa, la gente è in piazza c’è rimasta per due ore, tutto il tempo per fare sbollire un’emozione e, se voleva, andarsene. Succede che i cortei si distacchino da azioni che non condividono, l’altro giorno non è successo.

    “Non usate i caschi, siate riconoscibili”: belle parole, ma parole d’ordine. Vecchie, stantìe. La gente che in queste settimane è stata denunciata per avere occupato i binari, le strade era riconoscibile. La gente che è venuta a contatto con la polizia perché veniva impedito l’accesso a una zona della città, era riconoscibile. Siamo sempre stati tutti riconoscibili. E siamo stati e saremo denunciati. E siamo stati tutti menati, abbiamo ancora i cerotti. Anche i Book Block, quelli che tu chiami “buoni” hanno i caschi. Caro Roberto, quelli sono manganelli, fanno male. Questo è quello che fa il governo, che fanno le questure. Dici che quando scendiamo in piazza ci troviamo di fronte poliziotti che sono uomini, ebbene perché questo discorso è sempre unilaterale? Anche noi siamo siamo uomini, donne, perché nessuno ci difende?

    Quando bisogna difendere le forze dell’ordine si fa a grandi parole, grossi titoli. Quando si devono difendere i manifestanti si fa con piccoli accenni fumosi. Difendeteci, difendete le nostre proteste, questa deve essere la prima cosa. Capite le nostre ragioni, altrimenti, mi dispiace, fra di noi non ci capiremo mai, ci perderemo.

    Con questo non voglio dire che il mondo intero deve bruciare. Il mondo deve essere sempre più bello, Piazza del Popolo deve raccogliere feste, le piazze delle singole città devono riempirsi di gioia, ma questo va costruito. E’ una posta in palio che si può mettere in piedi tra chi si riconosce, tra chi lotta insieme.

    La testa va usata per pensare, lo scrivi tu. Hai perfettamente ragione ed è grazie al ragionamento, al cervello che possiamo capire che ogni momento è diverso dal precedente, ogni momento ha il suo modo di essere vissuto, i contesti sono fluidi, non sono bianchi o neri. La rabbia e i caschi di un giorno possono, diventare l’abbraccio collettivo del giorno dopo, la salita sui tetti. Dobbiamo avere l’intelligenza per farlo, per cambiare noi stessi, essere diversi ogni giorno, lottare con armi ogni giorno diverse, ogni giorno spiazzanti.

    Altro dogma: quello dei buoni e cattivi, c’è ovunque sui giornali. Giornalisti che dicono di non aver peli sulla lingua e di dire cose fuori dallo schema che condannano una parte e assolvono l’altra. Ma è proprio questo lo schema. Buoni e cattivi non esistono, ma non lo dico io, lo dici tu, nel tuo libro, quando mostri che nel sistema camorristico ci sta dentro chiunque, anche suo malgrado. Ma non esistono nemmeno in Dostoevskij (quando mai!), in Pirandello, in Melville, in Flaubert, in Stendhal, non esistono nell’Orlando Furioso e nemmeno nella Divina Commedia: Ulisse, che per l’ansia di viaggiare abbandona la famiglia e fa morire i suoi compagni, è buono o cattivo? Quando vediamo il diavolo che piange, proviamo ribrezzo o pietà? Dio, che non fa entrare Virgilio in paradiso, è buono o cattivo? Solo gli ignavi sono beceri, quelli che seguono la bandierina, che seguono le parole già dette, solo loro sono beceri per definizione. Se guardi a chi si è dissociato dai fatti di piazza, ritroverai in loro gli ignavi, si tratta di rappresentanze che contano quanto i cosiddetti traditori del parlamento: non fanno niente, non hanno mai fatto niente, hanno solo promesso e guardato a se stessi. Non mi curo di loro, guardo e passo avanti.

    Per il resto la vita è molto più complicata del rapporto bene o male. E molto più variegata. Pensaci un attimo, sono due mesi che la gente scende in piazza e questo movimento non ha ancora un nome, come nei romanzi di Saramago. Siamo sempre “quelli che hanno fatto questo” oppure ci dicono che siamo di un luogo “quelli dell’Aquila, di Terzigno”. E’ una forza, non credi? Vuol dire che siamo indefinibili: siamo quello che facciamo.

    L’altro giorno avevamo i caschi. Domani magari porteremo delle girandole in questura, l’indomani Book Block, il giorno dopo ruberemo in libreria i volumi che ci piacciono e che costano diciotto euro e che non possiamo permetterci (ci difenderai?), parleremo con gente di altre generazioni, staremo con loro, cammineremo. Ci difenderai o ci attaccherai? In ogni caso sappi che saremo sempre le stesse persone.

    Altri nemici non ne voglio, caro Roberto, ti ho scritto quello che pensavo, ti ho descritto la situazione reale che c’è stata in Piazza del Popolo, ti ho descritto la situazione quotidiana. Sta a te decidere cosa vuoi leggere nelle proteste. Vuoi leggere un rigurgito del ’77? Va bene. Ti diremo che siamo più vicini alle proteste di Londra e Parigi. Vuoi leggere una violenza di gruppi sparuti? Ti diremo che Piazza del Popolo non la riempiono cento persone. Vuoi leggere la violenza solo come un voto in più a Berlusconi? Va bene, leggeremo nelle tue una semplicità di analisi disarmante che si basa su un sistema binario, Zero Uno, Zero Uno. C’è un’infinità di numeri tra cui scegliere e te ne dico un altro: Centomila, sono le persone che l’altro giorno stavano in piazza insieme, al di là di ogni rappresentanza.

    da Facebook, Bartleby Occupato.

    http://www.matteobartocci.it/2010/12/16/una-risposta-a-saviano-sugli-scontri-di-roma/

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  11. TI RACCONTO DI ROMA CON L’ AMARO IN BOCCA da ComeDonChisciotte
    DI SILVIA

    Riceviamo e volentieri pubblichiamo

    Ero tra le persone ingiustamente fermate e picchiate.

    Nel posto giusto al momento sbagliato…

    Testimone di una violenza cieca, brutale, indiscriminata. Quel tipo di violenza che ti lascia, oltre alle ferite fisiche, quelle interiori, quelle più difficili da curare…

    Nel momento in cui i poliziotti hanno iniziato la carica, ho cominciato a correre, ma il fiume di gente davanti a me mi ha impedito di mettermi al sicuro, così mi sono fermata ed ho alzato le mani. In quello stesso momento un poliziotto inferocito ha iniziato a picchiarmi con il manganello sulla testa e a urlarmi “Tu non te ne vai! Tu vieni con me!” Io gli dicevo “Va bene, sto venendo con lei, la sto seguendo, non sto scappando” lui continuava a strattonarmi con violenza e a urlare fino a che dopo qualche decina di metri mi spinge e mi butta a terra, vicino ad altri due ragazzi già immoblizzati al suolo. Poi mi rialzano, sempre con molta “delicatezza”, e mi portano sulla camionetta, direzione commissariato di polizia.

    La maggior parte di noi era ferito: ragazzi con le teste spaccate, zoppicanti… e prima di ricevere soccorso abbiamo dovuto aspettare che loro prendessero i nostri dati e sollecitare più volte l’arrivo delle ambulanze. Finalmente (dopo più di un’ora) arrivano i paramedici per delle prime visite, poi le ambulanze per trasportare i più urgenti al pronto soccorso.

    Il mio turno è arrivato tardi, le ferite che avevo erano, fortunatamente, molto meno gravi di quelle di altri. Una volta al Fatebenefratelli, è iniziata un’altra lunga attesa, durata 5 ore, al termine della quale sono stata visitata: radiografia alla mano, visita neurologica e dimissioni. Secondo il referto: ematoma contusivo con tumefazione della regione parietale e trauma contusivo del III e IV dito della mano destra con ipomobilità. 3 giorni di prognosi.

    Nulla di grave, insomma. Ma certamente, non sono tornata così come ero partita!

    Dopo il PS di nuovo in commissariato, il tutto sempre scortata e controllata a vista, anche durante le visite mediche…

    Una volta riportata in commissariato è iniziata un’altra fase di attesa, durata stavolta un paio d’ore per essere poi rilasciata senza accuse intorno alle 23.30, quando l’autobus organizzato dai miei era già ripartito. Non c’erano treni né autobus per Pescara fino al mattino seguente.

    In tutto ciò l’aspetto più doloroso e difficile da digerire è stata la violenza gratuita e inaudita verso chi si accinge pacificamente a “collaborare” senza opporre la minima resistenza in nessun momento..

    Hanno sparato nel mucchio e preso i soliti sfigati che non sono riusciti a scappare. La maggior parte dei ragazzi che sono stati presi erano incensurati, si vedeva dalle loro facce che erano lì per “sbaglio”. E’ stata una cattura indiscriminata. E loro ( i poliziotti) che dicevano “…Perchè, non lo sapete che funziona così? Che alla fine viene preso chi non riesce a scappare e che magari non c’entra niente?”. Ma cosa vuol dire? Il fatto che un comportamente venga reiterato nel tempo non lo rende legittimo né lo giustifica. E’ il classico discorso del tipo “E’ sempre stato così e così sarà per sempre, amen”. Ma non ha un filo di logica! E’ inaccettabile! Uno sbaglio non può diventare accettabile e tollerato solo perchè diventa uno sbaglio che si ripete nel tempo, finché non entra a far parte della normalità e ci si abitua. E’ anche a causa di questo atteggiamento che la nostra società diventa sempre più incapace di reagire, si inebetisce, si assopisce, abituandosi ad accettare che i diritti ci vengano sottratti quotidianamente, un po’ alla volta, ma inesorabilmente.

    Il problema poi non è se c’erano o no i black bloc, se c’erano o no gli infiltrati, queste sono speculazioni mediatiche sterili, che non portano alla radice del problema. La loro presenza o meno alla manifestazione è soltanto una conseguenza del sistema malato, dei meccanismi di potere (delle forze dell’ordine) che diventano sempre più torbidi e di chi (presunti black bloc) cerca di fronteggiarli con lo stesso linguaggio. Il punto vero è chi c’era. E c’era una folla inferocita di studenti, precari, gente stanca e arrabbiata. Tra non molto questa folla sarà affamata, perché non avrà più i soldi per mangiare, e allora i politici non si potranno nascondere dietro l’ombra dei black bloc per strumentalizzare le manifestazioni. Tra poco saremo tutti black bloc, secondo loro! Si appropriano delle parole tanto da distorcerne il senso, così ci possono abbindolare meglio.

    Le forze dell’ordine avrebbero dovuto unirsi a noi, proteggere noi dai politici e non i politici da noi.

    Ma questa è un’altra storia…

    Silvia
    http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=7771

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  12. Marco Travaglio, Repubblica Fatto Quotidiano Perchè non vi impiccate?
    Marco Travaglio, Repubblica Fatto Quotidiano Perchè non vi impiccate? Da Senza Soste Durante il tg7 di martedì sera Marco Travaglio si è intrattenuto, bontà sua, a parlare dei manifestanti di Roma. Giusto per dare, letteralmente, del “demente” a chi è sceso in piazza nel pomeriggio. E’ chiaro che gente come Travaglio ha un ruolo quando le piazze sono silenziose e il protagonismo politico passa a chi, in televisione, fa tanto l’onesto nei salottini digitali tra uno spot pubblicitario e un servizio lacrimevole. E’ da comprendere la preoccupazione di Marco Travaglio: quando la politica passa in mano ai protagonisti collettivi per gente come lui c’è il rischio di tornare ai tempi in cui faceva il garzone di Indro Montanelli. Travaglio è un buon cronista e ha anche senso dell’umorismo. Ma il suo è un mondo molto ristretto. Si divide tra notizie di interesse per la magistratura e notizie che non interessano agli inquirenti. Tutto quello che non è interessante per la magistratura per Travaglio non ha valore. Quando si dice pensare con il codice penale tatuato nella mente. Di qui un’idea di società altrettanto ristretta. Fatta di giudici, di avvocati, di giornalisti, di testimoni e di pubblico che assiste in aula o in televisione. Tutto ciò che non appartiene a questo mondo, per Marco Travaglio, è “demente”. Con questo metro di giudizio per Travaglio sarebbe risultato demente anche Thomas Jefferson figuriamoci gli studenti o, orrore, i comunisti. Ma lo comprendiamo, un mondo rischia di finire e nessuno lascia la ribalta volentieri. Stesso rischio corso da due organi della disinformazione di centrosinistra. Repubblica e Fatto quotidiano. Cominciamo dal quotidiano diretto da Ezio Mauro. Repubblica, rispetto ai movimenti, gode di un periodo di accumulazione di infamia originaria. Ci riferiamo alla fine degli anni settanta quando si trattava di dire ai giovani di allora che la politica di massa non aveva senso, che i movimenti erano dispersi o che avrebbero imboccato la via perdente del terrorismo. L’unica strada da percorrere, nel frattempo che i giovani di allora si trasformavano in lettori del quotidiano, era quella di mettersi una cravatta, votare e sperare nel mercato. Da trenta anni a questa parte la linea sui movimenti di Repubblica è questa. Per ogni movimento che sfugga alla regola “diventi grande se ti metti una cravatta e speri nel mercato” c’è pronto un colossale lavoro di disinformazione, banalizzazione, criminalizzazione. C’è anche la pratica del lavoro preventivo. Appena nasce un movimento Repubblica annuncia “non è il ‘68”. Per indirizzare i giovani ad essere pragmatici, a non contestare i ricchi e le istituzioni del mercato anche se queste ti portano allo sfacelo. Nel frattempo i peggiori affamatori del paese sono stati promossi a modello. Da Ciampi, a Veltroni a D’Alema (che ha fatto pure una guerra supportata dal quotidiano diretto allora da Scalfari che oggi appoggia l’avventura afghana) a Prodi Repubblica non si è persa la propaganda di uno di questi modelli. Il Fatto Quotidiano, cui parte della redazione proviene da L’Unità (foglio su cui stendiamo un velo pietoso per non scioccare i lettori) rappresenta una versione più adrenalinica di Repubblica. Dove si può anche provare il brivido di entrare non solo negli affari indiscreti del centrodestra ma anche in quelli del centrosinistra. Ma sui movimenti che sfuggono alle loro categorie la linea è unica. Si tratta di dementi, per dirla alla Travaglio. E cosa può essere un demente se non un soggetto manipolabile? Ecco allora che, su Repubblica e sul Fatto, dopo il riot di martedì fioriscono foto ed ipotesi sulla presenza di infiltrati nel corteo di Roma. Ecco servito un movimento: si parla di lui perché composto di dementi ed infiltrati. Immancabile l’esaltazione del coro delle voci bianche che condanna ogni violenza e manipolazione. Un gruppo semiclandestino di studenti del PD è stato infatti elevato da Repubblica a tribunale di condanna delle “violenze” avvenute nella giornata di martedì. Ecco quindi che il PD chiede a viva voce una relazione del ministro degli interni sugli infiltrati. Il vero obiettivo qui non è il governo, che avrà vita facile (grazie ai media) nel rispondere, ma i manifestanti di Roma. Più si parlerà di infiltrati più le persone reali presenti a Roma finiranno nell’ombra o rappresentate come deboli e manovrabili da poteri occulti. E’ l’unico modo per dare una certa legittimità a partiti liberisti estremisti (come il PD) o populisti che campano abusando la credulità popolare (come l’IDV di Di Pietro) delegittimando i movimenti tacciandoli di demenza come anticamera dell’essere facilmente manipolabili. Ovviamente dal nemico che, tramite gli infiltrati, fa quello che vuole. E così, affermando sottotraccia che i movimenti fanno il gioco di Berlusconi, il gioco si vorrebbe chiuso. Ma, cari Travaglio, Repubblica e Fatto Quotidiano vi siete mai guardati allo specchio? In qualche lustro di battaglie, condotte con i vostri metodi, contro Berlusconi qualcuno ha cavato un ragno dal buco? A parte gli assegni che hanno riempito i vostri conti correnti bancari, s’intende. In anni di giaculatorie sul conflitto di interessi, sulla legge elettorale, sulle infinite ricostruzioni dei pentiti, su sgangherati racconti parapolizieschi avete mai eroso il consenso del berlusconismo? Ovviamente no. Ecco ora lasciate spazio al protagonismo della piazza, fatta di gente reale, di giovani che lottano per un futuro, che le vostre cronache di palazzo servono solo ai consumatori di gossip. Si comprende come sia dura lasciare il protagonismo di un mondo che si riteneva immutabile, con le masse silenziose ed inerti. E se tutto ciò non vi piace allora perché non provate ad impiccarvi? Per un suicida gli storici trovano sempre la pietà di un supplemento di memoria. Potrebbe essere una soluzione. Perché i prodotti di scarsa qualità che vendete di memoria ne lasceranno poca. Oltre alla sconfitta rischiate quindi anche l’oblio. Un gesto alla Mishima potrebbe quindi un’ottima soluzione per lasciare qualche traccia. Ma, per carità, lasciate stare i movimenti. Quelli lottano per la vita non, come voi, per posizionarsi meglio nelle tramissioni della chiacchiera politica, noia digitale eletta impropriamente a pubblica opinione. per Senza Soste, Bill Shankly
    http://www.senzasoste.it/media-e-potere/marco-travaglio-repubblica-fatto-quotidiano-perche-non-vi-impiccate

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  13. Lettera ai ragazzi del movimento.
    di ROBERTO SAVIANO
    CHI LA LANCIATO un sasso alla man­i­fes­tazione di Roma lo ha lan­ci­ato con­tro i movi­menti di donne e uomini che erano in piazza, chi ha assaltato un ban­co­mat lo ha fatto con­tro col­oro che sta­vano man­i­fe­s­tando per dimostrare che vogliono un nuovo paese, una nuova classe polit­ica, nuove idee.

    Ogni gesto vio­lento è stato un voto di fidu­cia in più dato al gov­erno Berlus­coni. I caschi, le mazze, i veicoli bru­ciati, le scia­rpe a coprire i visi: tutto questo non appar­tiene a chi sta cer­cando in ogni modo di mostrare un’altra Italia.

    I pas­sa­mon­tagna, i sampi­etrini, le vetrine che vanno in fran­tumi, sono le solite, vec­chie reazioni insop­porta­bili che nulla hanno a che fare con la molteplic­ità dei movi­menti che sfila­vano a Roma e in tutta Italia mart­edì. Poliziotti che si accan­is­cono in manipolo, sfo­gando su chi è inci­ampato rab­bia, frus­trazione e paura: è una scena che non deve più accadere. Poliziotti iso­lati sbat­tuti a terra e pes­tati da manipoli di vio­lenti: è una scena che non deve più accadere. Se tutto si riduce alla solita guerra in strada, questo gov­erno ha vinto ancora una volta. Ridurre tutto a scon­tro vuol dire per­me­t­tere che la com­p­lessità di quelle man­i­fes­tazioni e così le idee, le scelte, i prog­etti che ci sono dietro vengano rac­con­tate ancora una volta con man­ganelli, fiamme, pietre e lac­rimo­geni. Bisogn­erà orga­niz­zarsi, e non per­me­t­tere mai più che poche centi­naia di idi­oti ege­mo­nizzino un cor­teo di migli­aia e migli­aia di per­sone. Pregiu­di­can­dolo, rovinandolo.

    Scrivo questa let­tera ai ragazzi, molti sono miei coetanei, che stanno occu­pando le uni­ver­sità, che stanno man­i­fe­s­tando nelle strade d’Italia. Alle per­sone che hanno in questi giorni fatto cortei pieni di vita, paci­fici, demo­c­ra­tici, pieni di vita. Mi si dirà: e la rab­bia dove la metti? La rab­bia di tutti i giorni dei pre­cari, la rab­bia di chi non arriva a fine mese e aspetta da vent’anni che qual­cosa nella pro­pria vita cambi, la rab­bia di chi non vede un futuro. Beh quella rab­bia, quella vera, è una cal­daia piena che ti fa andare avanti, che ti tiene desto, che non ti fa fare stu­p­idag­gini ma ti spinge a fare cose serie, scelte impor­tanti. Quei cinquanta o cento imbe­cilli che si sono tirati indi­etro altret­tanti ingenui sfo­gando su un camion­cino o con una sas­saiola la loro rab­bia, dis­per­dono questa car­ica. La riducono a un cal­cio, al gioco per alcuni diver­tente di poter dis­trug­gere la città cop­erti da una scia­rpa che li rende irri­conosci­bili e piag­nu­colando quando ven­gono fer­mati, implo­rando di chia­mare a casa la madre e chiedendo subito scusa.

    Così inizia la nuova strate­gia della ten­sione, che è sem­pre la stessa: com’è pos­si­bile non riconoscerla? Com’è pos­si­bile non riconoscerne le pre­messe, sem­pre uguali? Quegli incap­puc­ciati sono i primi nemici da iso­lare. Il “blocco nero” o come diavolo ven­gono chia­mati questi ultrà del caos è il pom­piere del movi­mento. Calzano il pas­sa­mon­tagna, si sentono tanto il Sub­co­man­dante Mar­cos, ter­ror­iz­zano gli altri stu­denti, che in piazza Venezia urla­vano di smet­terla, di fer­marsi, e trasfor­mano in uno scon­tro tra man­ganelli quello che invece è uno scon­tro tra idee, forze sociali, prog­etti le cui scin­tille non devono incen­di­are mac­chine ma coscienze, molto più peri­colose di una torre di fumo che un estin­tore spegne in qualche secondo.

    Questo gov­erno in dif­fi­coltà cercherà con ogni mezzo di dele­git­ti­mare chi scende in strada, cercherà di ter­ror­iz­zare gli ado­les­centi e le loro famiglie col mes­sag­gio chiaro: man­dateli in piazza e vi torner­anno pesti di sangue e vio­lenti. Ma agli imbe­cilli col casco e le mazze tutto questo non importa. Finito il videogame a casa, con­tin­u­ano a gio­carci per strada. Ma non è affatto dif­fi­cile bru­ciare una camionetta che poliziotti, cara­binieri e finanzieri las­ciano come esca su cui far sfog­are chi si mostra duro e vio­lento in strada, e dela­tore debole in caserma dove dopo dieci minuti svela i nomi di tutti i suoi com­pari. Gli infil­trati ci sono sem­pre, da quando il primo operaio ha deciso di sfi­lare. E da sem­pre pos­sono avere gioco solo se hanno seguito. E’ su questo che vor­rei dare l’allarme. Non deve mai più accadere.

    Adesso parte la cac­cia alle streghe; ci sarà la volontà di mostrare che chi sfila è vio­lento. Ci sarà la pre­cisa strate­gia di evitare che ci si possa riu­nire ed esprimere lib­era­mente delle opin­ioni. E tutto sarà peg­giore per un po’, per poi tornare a com’era, a come è sem­pre stato. L’idea di un’Italia diversa, invece, ci appar­tiene e ci unisce. C’era alle­gria nei ragazzi che ave­vano avuto l’idea dei Book Block, i libri come difesa, che vogliono dire crescita, presa di coscienza. Vogliono dire che le parole sono lì a difend­erci, che tutto parte dai libri, dalla scuola, dall’istruzione. I ragazzi delle uni­ver­sità, le nuove gen­er­azioni di pre­cari, nulla hanno a che vedere con i codardi incap­puc­ciati che cre­dono che sfas­ciare un ban­co­mat sia affrontare il cap­i­tal­ismo. Anche dalle isti­tuzioni di polizia in piazza bisogna pre­tendere che non accadano mai più tragedie come a Gen­ova. Ogni spez­zone di cor­teo car­i­cato senza moti­vazione gen­era sim­pa­tia verso chi con casco e mazze è lì per sfon­dare vetrine. Bisogna fare in modo che in piazza ci siamo uomini fidati che abbiano autorità sui grup­petti di poliziotti, che spesso in queste situ­azioni fanno le loro battaglie per­son­ali, sfogano frus­trazioni e rab­bia repressa. Cer­care in tutti i modi di non innescare il gioco ter­ri­bile e per troppi diver­tente della guer­riglia urbana, delle due fazioni con­trap­poste, del ne resterà in piedi uno solo.

    Noi, e mi ci metto anche io fosse solo per età e per — Dio solo sa la voglia di poter tornare a man­i­festare un giorno con­tro tutto quello che sta acca­dendo — abbi­amo i nos­tri corpi, le nos­tre parole, i col­ori, le bandiere. Nuove: non i vec­chi slo­gan, non i soliti camion con i vec­chi mil­i­tanti che urlano vec­chi slo­gan, vec­chie can­zoni, vec­chie diret­tive che ancora chia­mano “parole d’ordine”. Questa era la sto­ria scon­fitta degli autonomi, una sto­ria pas­sata per for­tuna. Non bisogna più cadere in trap­pola. Bisogn­erà orga­niz­zarsi, allon­tanare i vio­lenti. Bisognerebbe smet­tere di indos­sare caschi. La testa serve per pen­sare, non per fare l’ariete. I book block mi sem­brano una risposta mer­av­igliosa a chi in tuta nera si dice anar­chico senza sapere cos’è l’anarchismo neanche lon­tana­mente. Non copritevi, las­ci­atelo fare agli altri: sfi­late con la luce in fac­cia e la schiena dritta. Si nasconde chi ha ver­gogna di quello che sta facendo, chi non è in grado di vedere il pro­prio futuro e non difende il pro­prio diritto allo stu­dio, alla ricerca, al lavoro. Ma chi man­i­festa non si ver­gogna e non si nasconde, anzi fa l’esatto con­trario. E se le camionette bloc­cano la strada prima del Par­la­mento? Ci si ferma lì, per­ché le parole stanno arrivando in tutto il mondo, per­ché si man­i­festa per mostrare al Paese, a chi mag­ari è a casa, ai bal­coni, dietro le per­siane che ci sono diritti da difend­ere, che c’è chi li difende anche per loro, che c’è chi garan­tisce che tutto si svol­gerà in maniera civile, paci­fica e demo­c­ra­t­ica per­ché è questa l’Italia che si vuole costru­ire, per­ché è per questo che si sta man­i­fe­s­tando. Non certo lan­ciare un uovo sulla porta del Par­la­mento muta le cose.
    Tutto questo è molto più che bru­ciare una camionetta. Accende luci, luci su tutte le ombre di questo paese. Questa è l’unica battaglia che non pos­si­amo perdere.
    http://www.robertosaviano.it/articoli/lettera-ai-ragazzi-del-movimento/

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  14. QUALCUNO CE LA DEVE SPIEGARE: Identificato stasera l’uomo con la pala dalla Digos. Ma non l’avevano arrestato già ieri?
    Notizia in 3 mosse Da Solleviamoci

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    1) Scontri Roma: “uomo con la pala” non è tra i fermati, ricercato

    15 dicembre 2010 19:07

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    ROMA / L’uomo con “la pala”, il ragazzo col giubbotto di colore beige che ha preso parte agli scontri a Roma non è tra i fermati. Questa è l’indiscrezione diffusa dall’agenzia Ansa. Non ci sono ancora conferme ufficiali, ma la circostanza se fosse confermata potrà solo aumentare ancor di più le polemiche sulla possibile presenza di “infiltrati” durante gli incidenti: guarda il video
    Sempre secondo quanto riporta l’agenzia Ansa, la Procura ha disposto le “opportune verifiche” per stabilirne l’identità. Poco fa, è stato identificato dalla Digos. Si tratterebbe di un estremista di sinistra. E’ il ragazzo che indossa una pala, un manganello e un paio di manette in vari momenti della manifestazione.
    Per i fermati, scatterà il processo per direttissima. A indagare il procuratore aggiunto Pietro Saviotti e il sostituto Silvia Santucci. La prima udienza del processo per direttissima si terrà domani mattina a piazzale Clodio.
    La Questura precisa che inizialmente il giovane sarebbe stato scambiato per infiltrato. Sarebbe effettivamente un minore, con precedenti per rissa e resistenza a pubblico ufficiale. Il ragazzo è ricercato dalla polizia.

    fonte: http://www.cronacalive.it/scontri-roma-uomo-con-la-pala-non-sarebbe-tra-i-fermati.html

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    2) Scontri Roma: fermato minore con la pala
    Il giovane e’ accusato di piu’ reati, tra cui rapina

    h. 21.23

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    (ANSA) – ROMA, 15 DIC – Il minorenne ritratto in alcune foto mentre ieri, durante gli scontri a Roma, impugnava una pala, un manganello e un paio di manette in diversi momenti della manifestazione, e’ stato fermato questa sera dalla polizia. Lo apprende l’ANSA da fonti vicine alle indagini. Il minorenne e’ accusato di piu’ reati, uno dei quali e’ rapina di manette e manganello. Il giovane li avrebbe sottratti a un finanziere durante i disordini. Il minore e’ attualmente negli uffici della Questura.

    fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2010/12/15/visualizza_new.html_1669023946.html

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    3) L’uomo con la pala: “Sono minorenne”
    antefattoblog | 15 dicembre 2010

    http://www.ilfattoquotidiano.it/ Scontri a Roma dopo che il governo ottiene la fiducia in 14 dicembre 2010. Nel video di YouReporter il momento in cui il ragazzo con la pala e il giubbotto beige viene fermato dagli agenti
    Due parole

    Nel video si vede chiaramente il ‘fermo’ del ragazzo da parte degli agenti. Addirittura un’appartenente alle forze dell’ordine si complimenta con uno degli agenti accarezzandogli la guancia. Ma quello che è più sconcertante è che ‘abbandona’ la barricata formata con gli altri ‘manifestanti’ e si consegna ai poliziotti. Un comportamento davvero sconcertatnte per un esagitato che non aveva fatto altro che accanirsi su mezzi e uomini (almeno così sembrava o voleva far sembrare). E dopo che è successo? Sono andati tutti a festeggiare a tarallucci e vino?

    Secondo me è chiaro: il ragazzo in questione era troppo compromesso, ormai, da riprese video e fotografiche per poterlo ‘nascondere’ all’opinione pubblica e lasciare che si confondesse nella massa di tutti gli esagitati che hanno dato una mano (consapevolmente e inconsapevolmente) a fomentare quel brutto momento di guerriglia urbana capitato a Roma. Adesso l’hanno ‘ripescato’ fingendo un’indagine affrettata ed un ‘arresto’ che sa altrettanto di fasullo per arrivare a dichiarare che il ragazzo è un emarginato estremista di sinistra che di mestiere fa l’agitatore e che si dichiara pure minorenne (guarda il video). Ma quello che è più sconcertante è che ‘abbandona’ la barricata formata con gli altri ‘manifestanti’ e si consegna ai poliziotti.

    Ci sono molte cose che ci devono spiegare. Non ultima come avrebbe fatto questo ragazzo vestito così perbenino e, tutto sommato, con i vestiti anche troppo puliti e senza una piega fuori posto, ad essere reduce (come si vede nelle fotografie) da una colluttazione con un fantomatico finanziere al quale avrebbe strappato il manganello e, addirittura, le manette. Oltretutto senza una ripresa che lo testimoni: cosa davvero molto sconcertante, visti gli innumerevoli ‘scatti’ che lo vedono protagonista in più situazioni ed in luoghi diversi.

    Il pd sbraita gridando ‘al ladro’. Il governo gli serve su un piatto d’argento l’ennesimo anarco-comunista. I giornali gongolano. La gente scuote la testa e invoca misure ancora più restrittive.

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    E guardartevi ancora l’ultimo video dopo questi miei commenti scritti in fretta e a caldo. Quello a terra e picchiato selvaggiamente è un vero manifestante. Lui si vittima della violenza, oltretutto gratuita e quindi anora più grave.

    mauro

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    Scontri a Roma: videoshock forze dell’ordine

    http://solleviamoci.wordpress.com/2010/12/15/qualcuno-ce-la-deve-spiegare-identificato-stasera-luomo-con-la-pala-dalla-digos-ma-non-lavevano-arrestato-gia-ieri/

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  15. Infiltrati, la Guardia di Finanza ha mentito: ecco le prove – La foto Da Viola Post
    Non è tollerabile, in un Paese civile, che un corpo militare dello Stato produca e diffonda atti ufficiali (come un comunicato stampa) che riporti versioni non veritiere sui fatti relativi alla propria attività istituzionale. In particolare dopo le drammatiche vicende di ieri a Roma. Leggete la precisazione ufficiale del Comando della Guardia di Finanza rilasciata ieri al Corriere della Sera:

    «Tutte le persone che circondano il finanziere aggredito che ha in mano la pistola sono dimostranti». E’ quanto precisano fonti della Guarda di Finanza dopo che alcune agenzie di stampa avevano diffuso, a commento delle foto che ritraggono un militare delle Fiamme Gialle che ha estratto l’arma durante gli scontri di Roma, la notizia che tra i finanzieri impiegati in servizio di ordine pubblico vi fossero agenti in borghese impegnati a proteggere il collega aggredito. «La Guardia di Finanza non lavora mai in abiti civili in situazioni di ordine pubblico», hanno aggiunto le stesse fonti. (Fonte: Dal Corriere della Sera)

    Ora guardate questa foto relativa ai fatti di ieri a Roma, leggete la scritta sullo scudo dell’uomo in abiti civili. E’ un finanziere. Il Comando della Guardia di Finanza ha mentito. Qualcuno deve spiegare.

    http://violapost.wordpress.com/2010/12/15/infiltrati-la-guardia-di-finanza-ha-mentito-ecco-le-prove-la-foto/

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  16. (interessante capire anche con vecchie storie si possa capire il presente)

    La memoria di Pino Pinelli, ferroviere Da Voglio Scendere

    di Daniele Biacchessi – 15 Dicembre 2010
    La morte del ferroviere innocente, anarchico con le ali, è ancora un mistero e non c’è ancora giustizia. La moglie venne avvisata dai giornalisti
    Ho scoperto che gli anarchici hanno le ali. Non sono mica come gli altri uomini. Gli anarchici sono persone speciali che hanno ali grandi e possono volare, perchè sono gli unici eredi spirituali del vecchio Icaro.
    Gli anarchici hanno le ali, volano imitando Icaro e amano lanciarsi dalle finestre delle questure, per fare dispetto al Potere. Sembra una strana storia, ma è così. E’ una storia accaduta proprio in Italia, 41 anni fa.
    Dicembre 1969. Milano, nelle ore successive alla strage di piazza Fontana (17 morti, 88 feriti). Gli inquirenti compiono perquisizioni nelle sedi delle principali organizzazioni della sinistra extraparlamentare. Per le Questure di Milano e Roma i colpevoli vanno cercati in quella direzione. Le indagini sfiorano qualche elemento di estrema destra, ma risparmiano Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale, i gruppi più importanti in attività in quegli anni. E’ a sinistra che guarda il commissario Luigi Calabresi: “Certo è in questo settore che noi dobbiamo puntare: estremismo ma di sinistra. Sono dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti”. Oltre ottanta fermati e arrestati. Su una decina di persone “gravano pesanti indizi”. Sono tutti anarchici dei circoli Bakunin e 22 Marzo: Giovanni Aricò, Annelise Borth, Angelo Casile, Roberto Mander, Emilio Borghese, Mario Merlino, Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda.

    Milano,15 dicembre. Un cielo grigio, nebbioso. In Piazza Duomo hanno acceso perfino i lampioni. Milano si stringe attorno a quelle bare allineate, le vittime della strage di Piazza Fontana. La vista della piazza dall’alto è impressionante. Dentro non c’è posto per tutti, si distribuiscono nelle vie laterali, senza un ordine prestabilito. Una città si ferma e con lei tutto il paese. Sono lì da ore, hanno facce stanche, sono giovani, vecchi, bambini, operai e imprenditori,ricchi e poveri,tutti in silenzio,quasi a cercare una risposta alle mille domande. “Perché, perché questa strage. A chi giova, a chi giova tutto questo”, si domanda un operaio della Pirelli dentro la basilica mentre in sottofondo si sentono i canti dell’omelia funebre. Quando passano le bare, calano i cappelli dei pensionati, i baschi blu degli operai usciti dalle fabbriche, i segni della croce degli uomini e delle donne.

    In quelle ore, il commissario di Milano, Luigi Calabresi invita Giuseppe Pinelli per una breve testimonianza nei locali della Questura. Lo vuole sentire, interrogare. Quando entra nelle stanze della Questura di Milano Giuseppe Pinelli ha 41 anni. E’ sposato con Licia e ha due figlie. Lavora come frenatore delle Ferrovie dello Stato nella stazione di Porta Garibaldi. L’anarchico precipita dal quarto piano di Via Fatebenefratelli, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969. Cade proprio dalla finestra dell’ufficio di Calabresi. Assistono alla scena i sottufficiali Panessa, Caracuta, Mucilli e il tenente dei carabinieri Lo Grano.

    Racconta Licia Pinelli. “Venerdì 14 dicembre, è mattina. Ricevo una telefonata dalla Questura. Mi dicono di avvisare le Ferrovie che Pino è ammalato. Poche ore dopo mi richiamano. E’ in stato di fermo per accertamenti. Alle 22 del 15 dicembre mi chiama il dottor Calabresi, vuole il libretto medico di Pino. Chiedo spiegazioni. Il commissario afferma che Giuseppe sta meglio dove è. Poi i poliziotti suonano alla porta e ritirano il libretto. Passano le ore e i giornalisti mi avvisano che Pino è morto”.
    Degli anarchici fermati in quei giorni, il commissario Luigi Calabresi si interessa a Pietro Valpreda. Lui si dichiara innocente grida ma per gli investigatori è l’autore materiale della strage. Il tassista Cornelio Rolandi riconosce in Valpreda, le sembianze del passeggero che accompagna davanti alla banca Nazionale dell’Agricoltura.

    Quelle ore, Valpreda, se le è ricordate bene nella sua vita. “Pinelli era un amico e un compagno. Il suo fermo di settantadue ore andò oltre i tempi consentiti dalla legge. Rimase nelle mani della polizia per due giorni circa ma si mosse. Telefonò alla moglie Licia. Era una libertà che un uomo sospettato di strage non poteva avere tanto che in caso di pesanti indizi, gli inquirenti si comportavano diversamente. Poi iniziò l’interrogatorio, intorno alle 22. A quel punto avvenne una discrepanza tra le settanta ore precedenti e le ultime due, prima della morte. Forse successe qualcosa che non era da collegare direttamente alla bomba di Piazza Fontana ? Non lo so. Una cosa è certa. Pinelli venne assassinato, sono convinto da anni. Io e Pino eravamo una cosa sola. Non si sarebbe mai suicidato. Voleva troppo bene alle figlie, Claudia e Silvia, alla moglie Licia. Credeva nei suoi ideali politici. Un’altra cosa certa è che il commissario Calabresi non era nella sua stanza nel momento della morte di Pino. C’erano invece un carabiniere e quattro poliziotti dei quali si conosceva tutto, nomi, cognomi, indirizzi. Calabresi sapeva chi ero. Ed era ancor più in contatto con Pinelli perché spesso si recava in Questura per i permessi delle manifestazioni. Sapeva che Pinelli era innocente. Del resto il commissario lo ferma e gli dice di seguirlo con il motorino. Ad un sospettato di strage erano cose che non si potevano permettere”.

    Sulla morte di Giuseppe Pinelli, l’istruttoria andrà avanti fino all’ottobre 1975. Nella sentenza dell’allora giudice Gerardo D’Ambrosio, è scritto: “L’istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli. Le contestazioni a carico dell’anarchico non crearono e non potevano creare in Pinelli il convincimento che la Polizia fosse in possesso di gravi elementi d’accusa nei confronti suoi o del movimento anarchico. Non è quindi verosimile che Pinelli si sia suicidato. La precipitazione non fu preceduta da alcun segno che potesse prevedere ciò che stava per accadere. La dinamica del passaggio del corpo oltre la ringhiera si esaurì nel volgere di frazioni di secondo”. D’Ambrosio dichiara “possibile ma non verosimile” l’ipotesi del suicidio, “assolutamente inconsistente” la possibilità del lancio volontario del corpo inanimato e “verosimile” l’ipotesi di un malore. Resta, a parere di D’Ambrosio, “l’improvvisa alterazione del centro di equilibrio”. Un “malore attivo”.

    Per la morte di Pino Pinelli, ferroviere, innocente, anarchico con le ali, non c’è ancor oggi alcuna giustizia.
    http://www.voglioscendere.it/2010/12/15/la_memoria_di_pino_pinelli_ferroviere.html

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  17. Forti del consenso popolare da METILPARABEN
    Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno. In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito. Gli universitari invece lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì.

    (Francesco Cossiga, 23 ottobre 2008)
    http://metilparaben.blogspot.com/2010/12/forti-del-consenso-popolare.html

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  18. “I politici dovrebbero essere accusati di una quantita’
    sterminata di reati, che io enuncio solo moralmente: indegnita’, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di servizi segreti, responsabilita’ nelle stragi..responsabilita’ della degradazione antropologica degli italiani…”
    Pier Paolo Pasolini (1975)

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  19. Scontri di Roma 10 domande a Maroni Da Il Post Viola

    Ieri il centro di Roma è stato devastato. Prima cosa: netta condanna nei confronti di chi si è reso responsabile di atti di violenza contro le persone o di chi ha danneggiato e distrutto i beni privati dei cittadini e della collettività. Seconda cosa: solidarietà a tutti quelli che hanno subito le conseguenze di quella follia collettiva: i cittadini, i manifestanti pacifici, il movimento studentesco che ha visto fagocitare dalle violenze le ragioni della protesta e le forze dell’ordine. Detto questo, noi crediamo che vada fatta piena luce sulle responsabilità che hanno provocato i disordini.

    Ieri abbiamo pubblicato una fotosequenza che ha fatto il giro del web. Il nostro blog ha registrato quasi 200.000 accessi in poche ore e la denuncia è stata ripresa da tantissimi altri blog. L’atteggiamento dei media (ad eccezione di Repubblica, L’Espresso e Vanity Fair) è stato di condanna nei confronti delle violenza ma di superficialità nei confronti delle responsabilità che sono state attribuite acriticamente a non meglio precisati “Black Bloc”. Nessun interrogativo, nessuna domanda, tante contraddizioni.

    Noi, invece, siamo convinti che qualcosa vada chiarita affinché ciò che è accaduto ieri non si ripeta o che non si riproponga in una versione più drammatica.

    Dieci domande al ministro Roberto Maroni

    1) Perché il finanziere ha il dito sul grilletto?

    2) Chi è l’uomo col cappuccio grigio che prima sembra aggredire il finanziere e poi lo soccorre?

    3) Chi è l’uomo col walkie talkie a terra?

    4) Chi è l’uomo col giubbotto beige che prima impugna un badile, poi un bastone e poi un manganello e manette e che ritroveremo dopo dietro il cordone delle forze dell’ordine?

    5) E’ vero, come sostiene l’ApCom, che l’uomo con la giacca a quadri, travestito da manifestante, che protegge il finanziere è un esponente delle forze dell’ordine?

    6) Che rapporto c’è tra l’uomo col giubbotto beige e quello con la giacca a quadri ritratti assieme in una foto in cui sembrano dialogare?

    7) In due diverse dichiarazioni, riportate dal Corriere della Sera e dal Messaggero, il Comando della Guardia di Finanza, prima esclude che i finanzieri possano operare in “abiti civili” e poi ammette che il finanziere con la pistola è stato soccorso da un “collega in abiti civili”. Perché questa contraddizione?

    Otto) Erano presenti tra i dimostranti esponenti della Guardia di Finanza in “abiti civili”?

    9) Erano presenti tra i dimostranti esponenti delle Forze dell’ordine in “abiti civili”?

    10) Se erano presenti tra i dimostranti, come pure ammette la Guardia di Finanza, esponenti delle forze dell’ordine in abiti civili con quale quale mandato operavano?
    http://violapost.wordpress.com/2010/12/15/scontri-di-roma-10-domande-a-maroni/

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  20. Black Bloc Da Mappe di succube
    Se stessi prendendo parte a una manifestazione politica, il gesto di chinarmi a terra per prendere un sampietrino e scagliarlo contro la polizia mi riuscirebbe inconcepibile per considerazioni che definirei prerazionali: non è una questione di giusto o sbagliato, è proprio qualcosa di alieno alla mia natura. Ammetto la violenza solo per autodifesa e da fanatico lettore delle storie di Isaac Asimov è rimasta scolpita nella mia memoria la stupenda frase di Salvor Hardin, sindaco di Teminus: “La violenza è l’ultimo rifugio dell’incapace”.

    Ciò premesso scrivo questo post come Alcaselzer contro il senso di nausea che provo al clima generale di condanna delle violenze dei “black bloc” – per fare nostra l’ignorantissima terminologia giornalistica in auge – e di solidarietà alle forze dell’ordine – taglieggiate da questo governo da cui provengono le più rumorose dimostrazioni di solidarietà. Stiamo assistendo al solito rito di santificazione della passività sociale. La legalità che si mostra inefficace e inoperante sulle soglie del verminaio berlusconiano diventa un feticcio di potenza totemica per cancellare le ragioni di chi ieri stava manifestando contro un sistema politico che si sta portando via il suo futuro. Si vuole arrivare a una nuova definizione di “manifestante pacifico”, che è quello che non si vede e non si sente, anche perché è facile da tagliare via nei montaggi Tv.

    E allora no, io non ci sto. Se anche quanti ieri hanno compiuto atti di violenza fossero responsabili di un grave errore tattico che permette ai papponi e corrotti del palazzo, e ai loro servi dei media, di tornare a puntare il dito accusatore, su di essi non passa neanche un atomo delle responsabilità del disagio sociale che viviamo, che è il vero problema. E’ un classico esempio del dito e della Luna, e un ottimo test di ipocrisia.

    Era questo che intendeva il grande Mario Monicelli pochi mesi prima della morte quando diceva che i giovani dovevano ribellarsi, anche con la violenza: se le regole del gioco le stabiliscono quelli contro cui lottate avete già perso.
    http://subecumene.wordpress.com/2010/12/15/black-bloc/

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  21. Erano infiltrati. Da Non Leggere Questo Blog
    Blindare Roma non è servito a nulla. Sono riusciti comunque a sfondare. Possono tutto. Gli infiltrati. Secondo le prime ricostruzioni circa un migliaio, brutta gente, di questi un’ottantina tra indagati e pregiudicati – i più feroci – figuri che hanno grossi guai con la giustizia. Gente pericolosa, con precedenti per Banda Armata, Riciclaggio, Associazione Sovversiva, gente con condanne per Mafia, vicina a Camorra e Cosa Nostra. Hanno rapporti con i servizi deviati, si coalizzano in associazioni segrete per sovvertire le decisioni degli organi costituzionali, poteri che ovviamente non riconoscono. Le solite facce, Magistratura e Forze dell’Ordine sanno tutto e non possono niente, come abbiamo visto, un senso d’impotenza che attanaglia soprattutto i cittadini per bene. E’ difficile intercettarli, impossibile arrestarli. E allora ogni volta lo stesso spettacolo. Botte da orbi, insulti, grida, “Troie!”, “Venduti!”, “Bastardi!”, striscioni violenti, calci pugni spintoni. Immagini incresciose, indegne di una società civile. Non c’è etica o ideale in molti di loro, li chiamano mercenari, ed infatti solo il denaro può spiegare certe azioni, così fulminee, così spiazzanti. Così distruttive. Ma loro possono tutto. Possono persino infiltrarsi tra i Black Block, i Parlamentari della Repubblica.
    http://nonleggerlo.blogspot.com/2010/12/erano-infiltrati.html

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  22. Destabilizzare per stabilizzare
    di Giovanni Fasanella – 15 Dicembre 2010
    Attenti, ragazzi! Stanno usando la vostra voglia di ribellione per puntellare tutto quello contro cui giustamente vi battete. Vi stanno mandando al macello perché nulla cambi.
    Nel centro di Roma, ieri mi è sembrato di vedere un vecchio film degli anni Settanta. Migliaia di giovani che protestavano per il loro diritto alla vita. Ragazzi innocenti e arrabbiati per come vanno le cose da noi: una politica corrotta, con il suo ceto da basso impero; una scuola che non forma; un sistema sociale che espelle o che non include…

    L’ho già scritto proprio su questo blog, e voglio ripeterlo: il nostro è un Paese che invecchia e non dà ai giovani alcuna prospettiva. Perché ogni centimetro della vita pubblica, politica, economica, culturale, è occupato da cosche, cricche, caste e lobby, poteri soffocanti che non lasciano spazio ad altri che non siano i propri affiliati. Hanno ragione, i giovani, a far sentire la loro rabbia.

    Ma attenzione, ieri ho rivisto scene di quel vecchio film. Vetrine infrante. Auto e cassonetti bruciati. Barricate. Violenza. Paura. Mimetizzati tra i giovani della protesta o accanto a loro, agivano bande criminali ben organizzate, con elementi venuti anche da altri Paesi, che incitavano allo scontro fisico e agivano, con il volto coperto, come squadristi ben preparati al pestaggio e ottimamente addestrati alle tattiche della guerriglia urbana. E agivano pressoché indisturbati. Tollerati.

    Sì, è davvero un film già visto. Si lascia fare perché cresca sempre più il clima di tensione; perché, crescendo, alimenta per reazione una domanda d’ordine: destabilizzare per stabilizzare. Attenti, ragazzi! Stanno usando la vostra sana, legittima voglia di ribellione per puntellare proprio tutto quello contro cui giustamente vi battete. Vi stanno mandando al macello perché nulla cambi.
    http://www.voglioscendere.it/2010/12/15/destabilizzare_per_stabilizzare.html

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  23. Scontri a Roma e provocatori. E’ il momento della responsabilità e della difesa democratica
    di Alternativa – con VIDEOCOMUNICATO in coda all’articolo.

    Il doppio voto parlamentare, che ha confermato al governo un indegno e un inetto, getta la responsabilità di tutto quello che è accaduto – e che potrebbe accadere – su una masnada di lanzichenecchi che ha usurpato il potere in Italia.

    Se l’acqua si mette a bollire , responsabile è chi ha acceso il fuoco.

    Le decine di migliaia di persone scese a Roma per manifestare lo avrebbero fatto anche senza il vergognoso voto di fiducia cui hanno assistito in diretta. Il voto è stato ed è uno schiaffo ulteriore in faccia a milioni di persone.

    Ciò doverosamente detto, vogliamo soltanto aggiungere che chi ha le mani sporche non fatica a immergerle nel brago. Attenzione ai provocatori che, come sempre divisi in due schiere, i troppo ingenui e i troppo furbi, portano acqua al mulino di chi vuole distrarre l’opinione pubblica e confondere i suoi legittimi sentimenti d’indignazione.

    Infine un appello a tutti coloro che non sono troppo furbi e troppo ingenui: Berlusconi si è salvato oggi, ma non può durare a lungo.
    Ovvio che cercherà e creerà provocazioni che possano consentirgli atti di forza in nome della legge che ha ripetutamente violato. Da un eversore non possiamo attenderci senso dello stato e rispetto della Costituzione. Quindi è il momento della responsabilità, dell’impegno e della mobilitazione in difesa della democrazia. Né più né meno.

    Ai media privati non chiediamo nulla perché sappiamo che mentiranno. Da quelli pubblici esigiamo che dicano tutto quello che vedono e sanno. Ai giornalisti che hanno a cuore la democrazia chiediamo che rifiutino di raccontare bugie.

    La pagina di Alternativa su Facebook: clicca qui.
    http://www.facebook.com/alternativa.giuliettochiesa
    Cos’è Alternativa: clicca qui.
    http://www.megachip.info/rubriche/34-giulietto-chiesa-cronache-marxziane/4937-la-transizione-esserci-capirla-per-trasformarla.html
    Invitiamo chi fosse in possesso di videoriprese degli episodi di guerriglia a Roma e le volesse diffondere a caricarle su YouTube o su altri siti di condivisione di video, e di segnalarle a redazione@megachip.info.
    http://www.megachip.info/tematiche/democrazia-nella-comunicazione/5252-scontri-a-roma-e-provocatori-e-il-momento-della-responsabilita-e-della-difesa-democratica.html

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  24. I Black Block al G8 di Genova. Chi erano e cosa volevano realmente.
    Per comprendere l’operato e il motivo dell’esistenza di un singolare gruppo di provocatori.
    http://paolofranceschetti.blogspot.com/
    Paolo Franceschetti

    E’ dai tempi del G8 che mi domando chi erano questi misteriosi “Black Block” detti anche tute nere, che hanno messo a ferro e fuoco la città di Genova.

    Ma, andando a caccia di notizie, non ho mai trovato teorie o articoli di un certo rilievo su questo gruppo.

    Quello che si trova è questo:
    http://it.wikipedia.org/wiki/Black_bloc

    oppure
    http://www.storiaxxisecolo.it/g8/G8black.htm

    Le domande che si fanno tutti sono due.

    1) Come mai hanno spaccato, distrutto, danneggiato, incendiato, e la polizia non ne ha arrestato neanche uno?

    2) Perché la polizia ha caricato pacifici manifestanti ma non ha mosso un dito contro i Black Block?

    Infine, la domanda più importante: chi sono realmente i Black Block?

    Mettiamo in ordine alcuni fatti con le spiegazioni che ci hanno dato sempre finora.

    – Raccontano molte testimonianze che la polizia non ha fatto nulla contro i Black Block, e li ha lasciati indisturbati a danneggiare e incendiare; in compenso, dopo pochi minuti, lo stesso gruppo di poliziotti caricherà inermi manifestanti dell’Azione Cattolica. “Errore”, diranno le spiegazioni ufficiali; “disorganizzazione”, diranno altri; “impreparazione” delle nostre forze dell’ordine, diranno altri ancora.

    – In alcune scene si vedono gruppi di poliziotti che arretrano di fronte ad un solo Black Block. La spiegazione ufficiale è che non volevano caricarlo, per non fargli del male.

    – Alcune foto ritraggono i Black Block che si vestono e si armano di fronte alla polizia che rimane ferma, immobile. La spiegazione ufficiale: forse perché ancora non hanno commesso alcun reato; quindi i poliziotti vigilano e cercano di non creare per primi il pretesto ad una scena di violenza.

    – Altre foto che sono circolate i giorni dopo il G8 riprendono i Black Block che passano di fronte ad una caserma e fanno il saluto militare. Per sfottere i militari, disse qualcuno. Sì, per sfotterli, perché loro sono anarchici e contro il sistema.

    – Alcuni testimoni raccontano di aver visto molti black block parlare con la polizia come se niente fosse, come vecchi amici. Segno di apertura mentale da ambo le parti, ha commentato qualcuno.

    – Altre testimonianze parlano di un gruppo di qualche centinaio di Black Block che nei tre giorni precedenti si esercitava a soli 400 metri da una caserma di polizia… (v. il link che postiamo sotto). Mica è proibito esercitarsi fisicamente, commenta qualcuno… che cosa c’è di strano?

    – Alcune foto e il filmato che alleghiamo fanno vedere i Black Block che assaltano un carcere; la polizia non solo non li ferma, ma scappa addirittura via (mentre la procedura prevede che perlomeno avrebbero dovuto chiamare rinforzi). Perché? Qui la spiegazione ufficiale non dice nulla. L’episodio è rimasto inspiegato e inspiegabile.

    Ci sono poi altre domande da farsi. Questi gruppi sono arrivati a Genova superando i controlli della polizia di frontiera, armati fino ai denti, in furgoni e altri mezzi che non passavano certo inosservati. Possibile che nessuno li abbia mai fermati?

    Sorge spontanea un’altra domanda; se i Black Block sono contro il sistema, perché hanno distrutto vetrine, auto, incendiato, ecc. danneggiando così semplici cittadini che di questo sistema sono vittime? Dietro ad una vetrina di un negozio spesso non c’è il grasso banchiere affamatore di popolo, ma la famiglia che tira a campare con quel poco che il fisco non le ruba. Dietro alla Uno e alla Ritmo sfondate a martellate e date alle fiamme non ci sono certo ricchi sceicchi arabi e proprietari delle multinazionali (cioè i soggetti contro cui è diretta la campagna no global) ma gente semplice, che paga con fatica le 200 euro al mese di rata e a cui l’auto serve magari per andare a lavorare.

    In realtà io credo che la spiegazione sia una sola.
    Dopo anni che ho studiato i libri sui servizi segreti di De Lutiis e Giannuli, che ho letto testimonianze giudiziarie e non sui metodi di infiltrazione dei servizi, mi sono convinto di una cosa.

    I Black Block altro non sono che agenti dei servizi segreti, che avevano il compito di creare il caos al G8.

    Non sono stati fermati perché la polizia aveva l’ordine di non fermarli.

    Non li hanno mai caricati perché la polizia aveva l’ordine di non caricarli.

    Si sono armati davanti ai poliziotti perché le forze dell’ordine stavano proteggendo la loro “vestizione”.

    Si sono addestrati a 400 metri da una caserma perché erano militari.

    Parlavano tranquillamente con la polizia perché erano dei loro.

    Fanno il saluto romano davanti ad una caserma perché sono soldati, quindi abituati normalmente a fare il saluto militare.

    La loro tecnica è quella tipica dei servizi; quella usata in tutti i movimenti e le forze politiche: si infiltra un movimento, per piegarlo a fini che il sistema approva.

    D’altronde questo spiega anche un altro fenomeno curioso; osservando questi Black Block li si vede in forma, muscolosi e atletici; non esiste una foto di un black block un po’ rachitico, gobbo, basso, ecc… (osservate la foto all’inizio dell’articolo).

    Questo perché sono militari, e scelti con delle caratteristiche fisiche ben precise.

    D’altronde, ad avvalorare questa tesi, c’è anche un’altra considerazione. Nei comunicati ufficiali dei Block Block si inneggia platealmente e in modo trasparente alla commissione di reati.
    Nei loro comunicati ufficiali essi dicono espressamente che il loro scopo è distruggere la proprietà privata.
    Ora, nel nostro ordinamento questo è un reato, e ne conseguirebbe automaticamente che tali persone dovrebbero essere individuate e processate per associazione a delinquere (articolo 416 c.p.).
    Né, dati i mezzi di cui oggi sono dotati i nostri servizi segreti e le nostre forze dell’ordine, dovrebbe essere troppo difficile individuare questi gruppi e smantellarli in quattro e quattro otto.

    Viene spontanea allora la domanda: perché non li si persegue penalmente, anche al di là, e per fatti diversi, rispetto a quelli del G8?

    A questo punto è facile trovare la risposta.
    Ma a questo punto è altrettanto facile capire anche il loro fine, quando si ha chiaro il modus operandi tipico dei servizi segreti.

    Scopo dei Black Block era quello di creare il caos a Genova, per gettare il discredito su chiunque manifestasse contro la globalizzazione.

    Nell’immaginario collettivo, infatti, dopo il G8, è rimasta la seguente equazione: No Global = delinquente che incendia, crea caos, distrugge.

    La maggioranza dei manifestanti era gente pacifica; era presente all’evento l’Azione Cattolica, l’Arci, movimenti pacifisti, buddisti, cattolici, atei, cittadini che si erano riuniti spontaneamente.

    Nella mente della casalinga disinformata, o dell’operaio pantofolaio che vive di luoghi comuni, oggi No Global = delinquente.
    Operazione riuscita quindi.

    Si crea un problema falso, perché creato dalla élite al potere (il caos del G8), e si allontana in questo modo la gente dal vero problema: cioè che la globalizzazione sta uccidendo le nostre colture, sta affamando le popolazioni del terzo mondo, sta distruggendo la nostra agricoltura lasciandola in mano alle multinazionali.

    Perché oggi, chiunque è contro la globalizzazione, è visto con sospetto; è visto come un violento, un agitatore, un debosciato.
    Mentre la verità è che chi è contro la globalizzazione è, più semplicemente, a favore dei nostri allevatori, coltivatori, produttori e commercianti; è a favore delle popolazioni del terzo mondo.

    Sul G8, in particolare sui Black Block, vedi le testimonianze a questo link:
    http://www.ciari.net/g8.htm

    LETTO SU STAMPA LIBERA
    http://www.stampalibera.com/?p=19613

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  25. Roma.Aggiornamento sulle condizioni dei/lle fermi/ate Da Radio Onda Rossa
    Gli avvocati non riescono ad avere alcun contatto con gli studenti e le studentesse rinchiusi e rinchiuse nel commissariato Trevi.Un’ambulanza è ferma aspettando che escano almeno i feriti per potergli dare soccorso,ma ai e alle manifestanti è negato anche il soccorso e la medicazione.
    http://www.ondarossa.info/node/2777/Roma.Aggiornamento%20sulle%20condizioni%20dei/lle%20fermi/ate

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