La tempesta non passa da sola

La tempesta non passa da sola di Giorgio Bocca Da L’Espresso Chi spera che finisca l’era della politica al servizio dei giochi del sultano può essere ottimista. A patto di impegnarsi. Perché la libertà non è un regalo ma una conquista Finirà questa discesa nel vuoto, questa disgregazione del paese Italia, civile e fisica? In quest’autunno di pioggia senza fine gli italiani guardano in televisione il loro “bel paese ch’Appennin parte, e ‘l mar circonda et l’Alpe” disfarsi in frane e smottamenti, lo “sfascio pendulo” che si consuma, che vien giù con le sue case e le sue chiese millenarie, i superstiti che indicano ai cronisti la linea bianca della frana e raccontano storie di parenti, di amici scomparsi sotto il fiume di fango. Finirà questo imbarbarimento della politica ridotta ai giochi e alla volgarità di un sultano che l’ha sostituita, coperta con la sua ossessiva fame di potere, di ricchezza e di protagonismo? Finirà, finirà anche questa volta: chi ha conosciuto la caduta del fascismo e il ritorno alla democrazia e gli anni dei miracoli economici e politici sa che finirà, che si troveranno sempre i mille di Garibaldi o della guerra partigiana, le minoranze capaci di riunire il Paese o di combattere gli invasori, capaci di rovesciare gli opportunismi millenari, di chiedere al signore della storia di dargli tempo, dopo l’8 settembre del ’43, di pagare il ritorno alla libertà, non di averlo in regalo. Una cosa va detta: nessuno, neanche il più pessimista, pensava che saremmo finiti così in basso, che il sultano brianzolo sarebbe arrivato al pubblico dileggio della democrazia, all’esortazione a “non leggere giornali”, a garantire i segreti dei potenti. C’è chi ha detto del sultano: la sua eccellenza politica consiste in questo: ha fatto degli italiani suoi complici, che riconoscono nei suoi difetti i loro difetti, la loro furbizia, il loro gallismo, i loro piaceri plebei, la loro voglia di harem, il loro squadrismo. L’ha fatto perché è fatto così o per calcolo sottile, perché conosce se stesso e il suo prossimo, perché sa che il male è più divertente del bene. Di certo le ultime sortite contro l’informazione, contro la giustizia, contro lo Stato, contro la democrazia erano mirate all’eterno qualunquismo italico, e così l’esibizionismo dei suoi piaceri volgari a misura piccolo borghese, le feste che piacciono al generone, coca e puttane, ville nei Caraibi, in Sardegna e sul lago Maggiore. E su tutto l’attivismo incessante, il “faso tuto mi”, anche l’amor del prossimo, la protezione delle minorenni ladruncole. Finirà, anche stavolta finirà. Non lo dico per una vana patriottica speranza, ma perché so che può accadere, che è già accaduto, nel settembre del ’43 quando i mille che diedero il via alla guerra partigiana salirono in montagna. Il pensiero affliggente e paradossale di quella minoranza era: non sarà troppo tardi? Gli alleati angloamericani padroni del mare e del cielo non sbarcheranno in Liguria come sono sbarcati in Sicilia? Quanti giorni ci rimarranno per meritarci sul campo il ritorno alla democrazia e alla libertà? Sì, a dirlo può sembrare retorico, ma la guerra che continuava, la lenta risalita dei liberatori dalla Sicilia alla Pianura padana furono per la Resistenza un sollievo: inspiegabilmente la strategia dei vincitori ci concedeva il tempo per il nostro esame di riparazione, avremmo avuto il tempo di formare un esercito di popolo, il Corpo volontari della libertà come fu chiamato. Anche allora gli attendisti, i prudenti, quelli di buon senso pensavano che fosse meglio aspettare che la tempesta passasse da sola, “chinati giunco che il maltempo se ne andrà”. Ma avevano ragione i mille, la libertà la si conquista, non la si riceve in regalo. Da L’Espresso

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One thought on “La tempesta non passa da sola

  1. Nel silenzio della democrazia
    di Rodotà, Stefano

    «Dall´abisso nel quale siamo stati trascinati bisognerà pure cominciare a risalire. Ma senza vera intransigenza politica e morale qualsiasi ricostruzione sarà assai difficile». Da Repubblica

    Abbiamo vissuto il silenzio della democrazia, e questo peserà in futuro, quale che sia l´esito del voto di oggi. La chiusura del Parlamento, evento davvero senza precedenti nella storia della Repubblica, ne ha rappresentato il terribile simbolo e, insieme, la condizione necessaria perché altre procedure, altri riti, altri luoghi potessero prenderne il posto.

    Doveva tacere il Parlamento non perché potessero tacere le passioni, e si potesse così giungere con giusto distacco e adeguata meditazione a una giornata nella quale si concentrano le molte ragioni che ci hanno progressivamente portato ad una vera crisi del sistema politico. No. Quel silenzio era necessario perché l´unica forma di persuasione legittima in democrazia, quella che nasce dall´aperta e pubblica discussione parlamentare, venisse sostituita da un´altra forma di “persuasione”, quella affidata a reclutatori, a cacciatori di voti che si muovono senza inibizioni o pudori sulla scena pubblica, menando anzi vanto d´ogni nuovo scalpo conquistato.

    Riflettano i cittadini della Repubblica. La vicenda di questi giorni riproduce lo schema che avevamo imparato a conoscere nel tempo triste delle escort. I procacciatori continuano ad entrare e uscire da Palazzo Grazioli, ma questa volta non portano con sé giovani donne, bensì i corpi ormai domati e acquisiti di “rappresentanti del popolo”.

    Ammaestrato dall´esperienza passata, questa volta l´”utilizzatore finale” ha deciso di non ricevere nessuno tra quelli che sono passati o si accingono a passare dalle sue parti, timoroso di qualche registratore nascosto che possa poi certificare la vera natura della trattativa.

    Quelli che ieri si ergevano a difensori della privacy hanno poi scrutato nelle pieghe della vita privata, si sono diligentemente adoperati, ce lo dicono le cronache, nello scoprire le debolezze umane ed economiche di deputati e senatori che, per queste ragioni, apparivano più vulnerabili. Lì un mutuo troppo oneroso, qui un debito pesante… Ed ecco tracciato l´identikit del parlamentare al quale riservare il massimo delle attenzioni. Vicende miserabili, ma che illustrano pure, come meglio non si potrebbe, quale sia il ceto parlamentare che risulta da una scelta ormai svincolata da ogni rapporto con gli elettori, affidata tutta a una ventina di oligarchi d´ogni parte che da due legislature hanno l´incontrollato potere di designare 945 parlamentari. Una sorta di “elezione diretta”, che con la democrazia ha poco a che vedere.

    E´ una ben avvilente trasparenza quella che ci è stata offerta dalla quotidiana rivelazione di queste miserie personali e istituzionali. Non era questa la democrazia come “governo in pubblico” di cui ci aveva parlato Norberto Bobbio. E´, invece, la conferma definitiva dell´impudicizia, della fine dell´etica pubblica, della nascita di legami impuri che avvincono procacciatori e procacciati. Sono nati improbabili nuovi gruppi parlamentari, destinati a durare il tempo d´un voto di fiducia. Il Parlamento è stato chiuso, ma le sue regole sono state mortificate attraverso un loro uso tutto strumentale.

    Ma questo non è già avvenuto anche in passato? Questa è la replica di chi difende le prassi di queste avvilenti settimane. Però la vergogna che viene da lontano non diventa per questo meno vergognosa. E l´interessata difesa dei procacciatori e del loro mandante rimuove proprio l´insieme dei fattori che rendono la situazione attuale irriducibile a quelle precedenti. Se pure un processo degenerativo era in corso, davvero era legittimo portarlo a tutte le sue estreme, distruttive conseguenze?

    In realtà siamo di fronte a un mutamento di scala, quantitativo e qualitativo, che attribuisce al fenomeno del reclutamento, del cambio di casacca, caratteri che lo portano al di là della soglia di “trasformismo” accettabile in una democrazia. Mai, infatti, vi era stata una così pubblica esibizione, e quindi una così esibita legittimazione, di queste inammissibili pratiche. Mai le iniziative di reclutamento si erano diramate in tutte le possibili direzioni. Un altro cambiamento delle regole, un altro tassello di quella inammissibile “costituzione materiale” che si vuole porre a fondamento della cosiddetta “Seconda Repubblica”?

    Qui è il nodo. Al di là di questa vicenda estrema e mortificante bisognerà pure interrogarsi sulle ragioni profonde che hanno portato a questa “notte della Repubblica”. Qui davvero serve una pubblica riflessione, che non può limitarsi alla deprecazione dei costumi berlusconiani. Una folta schiera di apprendisti stregoni ha dato il suo contributo alla creazione di un contesto politico e istituzionale propizio alle scorrerie di chi voleva giovarsi di tutte le debolezze del sistema.

    Una ingegneria costituzionale senza principi ha preso il sopravvento sulla consapevolezza storica e sulla riflessione politica, ignorando del tutto gli incitamenti a riflettere e le proposte diverse che pure non mancavano. Il risultato è la evidente decomposizione del sistema politico, che non può essere esorcizzata ricorrendo all´eterno stereotipo italiano della rivoluzione incompiuta o tradita, ottimo per rimuovere le responsabilità di persone e forze politiche, pessimo perché permette di eludere l´obbligo di analisi capaci di andare a fondo nelle dinamiche trascorse, e così avviare una progettazione adeguata del futuro. Denunciamo le miserie di oggi, ma liberiamoci pure dagli schematismi che ancora condizionano l´azione politica di troppi tra gli oppositori, veri o di facciata.

    Dall´abisso nel quale siamo stati trascinati bisognerà pure cominciare a risalire. Ma senza veri cambiamenti di rotta, senza vera intransigenza politica e morale, qualsiasi ricostruzione sarà assai difficile.

    http://eddyburg.it/article/view/16328/

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