I tragicomici cantori di Sergio Marchionne nel paese dei servi e dei padroni

I tragicomici cantori di Sergio Marchionne nel paese dei servi e dei padroni Di Riccardo Spiga Da Teleipnosi Negli ultimi giorni dell’anno appena trascorso ha tenuto banco sui giornali e in tv la discussione sul nuovo contratto imposto da Fiat ai suoi operai e accettato dai sindacati, con l’eccezione della Fiom. Contratto che estende a tutte le fabbriche del gruppo le condizioni di lavoro già sottoscritte per lo stabilimento di Pomigliano: pause più brevi, stretta sulle assenze, limitazioni alla rappresentanza sindacale, contrazione dei diritti. Com’era ampiamente prevedibile, nel’Italia dell’informazione zerbino e dei leccaculo di professione, il grosso dell’establishment politico, sindacale e mediatico si è immediatamente schierato dalla parte del più forte, ovvero della Fiat guidata da Marchionne; il quale ha ben capito che in un Paese con una classe dirigente senza più credibilità e capace solo di salvare se stessa e i suoi privilegi, è possibile scavalcare qualsiasi mediazione e imporre le proprie condizioni senza cedere di un millimetro sulle richieste dell’altra parte. E così alla televisione si può assistere al tragicomico balletto dei vari  protagonisti chiamati ad esprimersi su questa pesante regressione dei diritti dei lavoratori: c’è l’economista che ha studiato sui sacri testi del liberismo economico e continua a pontificare su meno stato e più mercato come se quel sistema non ci avesse condotto al disastro economico attuale, c’è il politico berlusconiano che è ormai avvezzo alla funzione di scendiletto del padrone e dunque si trova in posizione di vantaggio rispetto agli altri, c’è il politico di sinistra che deve sforzarsi di apparire “moderno” e “moderato” di fronte ai salotti buoni del nostro sgangherato capitalismo e lo fa sulla pelle degli operai, c’è il sindacalista che si è arreso al triste ruolo di notaio delle scelte altrui e c’è l’editorialista che scrive in giornali senza lettori sovvenzionati con soldi pubblici e ha pure il coraggio di dare lezioni. In mezzo al coro nessuno fa notare quanto sia ridicolo pensare che il problema di Fiat siano le pause degli operai, e non il gap storico di un’azienda salvata più volte dallo stato – altro che mercato – che ancora oggi investe meno della metà dei suoi competitori in innovazione e ricerca, e che nel mondo è da anni sinonimo di “bidone”. E vien da ridere di fronte ai signori incravattati nei salotti televisivi, che parlano di produttività del lavoro senza aver mai avvitato un bullone in vita loro o che invocano la modernità vista come fine del conflitto di classe. Sarebbe interessante se ci spiegassero su quali basi oggi si possa pensare di superare il conflitto di classe, in un’Italia dove il signor Marchionne guadagna quattrocento volte di più rispetto a un suo operaio, in cui il dieci per cento delle famiglie detiene la metà della ricchezza nazionale e dove solo il 7 per cento dei figli degli operai riesce a raggiungere le posizioni di classe più vantaggiose, contro il 37 per cento dei figli dei borghesi. continua leggi

Annunci

One thought on “I tragicomici cantori di Sergio Marchionne nel paese dei servi e dei padroni

I commenti sono chiusi.