L’arroganza della Lega e le parole di Napolitano

L’arroganza della Lega e le parole di Napolitano Di Nicola Tranfaglia Ne ho viste di tutti colori nei settant’anni dell’Italia repubblicana che ho vissuto come bambino di fronte alla fine della seconda guerra mondiale ma, qualche anno dopo come giornalista e quindi come studioso della nostra storia. Ma l’atteggiamento arrogante della Lega Nord di fronte ai moniti sempre più frequenti ed eloquenti che l’attuale Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha espresso, avviando le celebrazioni dei centocinquant’anni dell’unità nazionale, a Reggio Emilia e Forlì, riesce di nuovo a suscitare una schietta indignazione civile prima ancora che politica. Non si può, da una parte, giurare sulla costituzione repubblicana come eletti in parlamento, e addirittura ministri di Stato, e, dall’altra, lasciarsi andare a dichiarazioni contrarie all’uno e all’altro giuramento istituzionale e arrivare a subordinare la disponibilità a festeggiare l’anniversario all’approvazione dei decreti di attuazione del federalismo.  Sembra un incubo. Del resto, se per caso ci si sintonizza su radio Padania in queste recenti occasioni, si ha modo di verificare quali insulti di bassa lega emergono dalle viscere di una società sbandata e disastrata come è l’Italia di oggi. E tutto questo avviene, mentre la disoccupazione giovanile, in Italia come in Europa e nel Mediterraneo, di fronte a politiche economiche inefficaci, supera sempre di più percentuali a doppia cifra e si scopre persino che forze politiche importanti che si collocano nel centro-sinistra balbettano di fronte all’esigenza primaria di difendere, senza esitazioni, i lavoratori di fronte alla strategia, tutta finanziaria, di Marchionne alla Fiat che sembra voler  costruire le sue automobili, dovunque, purchè non sia nel nostro paese. Eppure, quando la Lega Nord era giunta alla politica nazionale tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta, la speranza di molti italiani era che una forza nuova autenticamente federalista irrompesse sulla scena. A ben vedere, la tradizione federalista era appartenuta al partito d’azione del Risorgimento più ancora che ai moderati e a Carlo Cattaneo, il pensatore che più di tutti (seguito, qualche decennio dopo, dal milanese Giuseppe Ferrari) aveva indicato con chiarezza la strada per il federalismo democratico. Era stata, dunque, un’idea della sinistra repubblicana e autonomista  italiana e sarebbe ritornata ad esserlo durante la lotta antifascista con le idee del movimento di Giustizia e Libertà, con uomini come  Carlo Rosselli  ed  Emilio Lussu. Di qui, dicevo, le speranze che anche da quella parte nacquero per la Lega di Bossi ma che dovettero subito, già nel 1994, fare i conti con la nuova  svolta che portò i leghisti all’alleanza con il populista Silvio Berlusconi. Un’alleanza interrotta sette mesi dopo dalle improvvise dimissioni dei ministri leghisti nel 1995 che avrebbero portato prima al governo Dini e poi alle nuove elezioni anticipate dell’anno successivo con la vittoria del centro-sinistra di Romano Prodi e di Massimo D’Alema. Purtroppo l’evoluzione della Lega Nord piegò allora con decisione verso la destra estrema  e, negli ultimi anni, l’odio etnico e il razzismo sono diventati centrali nella loro formazione politica ancora oggi al governo con Berlusconi. Assistiamo stupiti a uno scontro inaccettabile con il presidente della repubblica, garante supremo della costituzione repubblicana, che si limita a richiamare ministri e parlamentari ai loro giuramenti istituzionali e alla fedeltà giurata a una carta che parla con chiarezza di unità nazionale e di eguaglianza effettiva dei cittadini. Poco importa che la legislatura si interrompa o vada avanti fino alla conclusione naturale, che la Corte Costituzionale dichiari incostituzionale oppure no la legge del 2009 sul legittimo impedimento. Conta invece più che mai che i rappresentanti del popolo rispettino fino in fondo le regole democratiche e non alimentino assurdi conflitti tra gli organi dello Stato sostenendo tesi che non hanno nessun fondamento sul piano giuridico come su quello politico e istituzionale. continua su Nicola Tranfaglia

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